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Consulenza fiscale libera

del 15/06/2010
di: di Debora Alberici
Consulenza fiscale libera
Consulenza fiscale in libertà, ispirata alla «concorrenza e alla interdisciplinarietà». Infatti il lavoratore autonomo che fa consulenze fiscali (fra cui la tenuta della contabilità aziendale e le dichiarazioni dei redditi) ha diritto a essere retribuito e ha titolo per agire contro il cliente per riscuotere la parcella, anche se non è un commercialista. È questo il principio affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 14085 dell'11 giugno 2010 ha accolto il ricorso di una consulente del lavoro che pretendeva da un cliente anche il pagamento per la consulenza fiscale prestata. Il caso a Genova. La consulente del lavoro aveva fatto fra l'altro una serie di attività di consulenza fiscale in favore di un cliente che non aveva voluto retribuirla sostenendo che quei lavori rientravano fra quelli riservati ai dottori commercialisti. Ma la donna si era rivolta al Tribunale ligure che aveva spiccato un decreto ingiuntivo. A questo punto il cliente si era opposto e, in primo grado, aveva perso. Poi le cose erano cambiate in appello. I giudici avevano rovesciato la decisione stabilendo che il cliente non avrebbe dovuto pagare la consulente dal momento che quelle attività erano riservate ai commercialisti. Contro questa decisione la donna ha presentato ricorso in Cassazione e lo ha vinto. La seconda sezione civile del Palazzaccio lo ha accolto con rinvio precisando una serie di principi importanti e rafforzando ancora il concetto di libertà delle professioni autonome. In particolare, si legge in sentenza che «l'esecuzione di una prestazione d'opera professionale di natura intellettuale effettuata da chi non sia iscritto nell'apposito albo previsto dalla legge, dà luogo, ai sensi degli artt. 1418 e 2231 cod. civ., a nullità assoluta del rapporto tra professionista e cliente, privando il contratto di qualsiasi effetto, sicché il professionista non iscritto all'albo o che non sia munito nemmeno della necessaria qualifica professionale per appartenere a categoria del tutto differente, non ha alcuna azione per il pagamento della retribuzione, nemmeno quella sussidiaria di arricchimento senza causa». Ma, aggiunge poi la Corte, «al fine di stabilire se ricorra la nullità prevista dall'art. 2231 cod. civ., occorre verificare se la prestazione espletata dal professionista rientri in quelle attività che sono riservate in via esclusiva a una determinata categoria professionale». Per risolvere la questione gli Ermellini hanno richiamato alcuni dictat della Corte costituzionale, secondo cui «il sistema degli ordinamenti professionali deve essere ispirato al principio della concorrenza e della interdisciplinarità, avendo la funzione di tutelare non l'interesse corporativo di una categoria professionale ma quello degli interessi di una società che si connotano in ragione di una accresciuta e sempre maggiore complessità: il che porta a escludere una interpretazione delle sfere di competenza professionale in chiave di generale esclusività monopolistica».
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