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Confsal-Unsa, manovra iniqua

del 05/06/2010
di: La Redazione
Confsal-Unsa, manovra iniqua
«Una manovra durissima. Inutile fare giri di parole. Non solo per l'ammontare ragguardevole del valore economico considerato, ma specialmente per gli effetti diretti e indiretti che produce. Senza piangersi addosso, nessuno può mettere in discussione che i dipendenti pubblici sono tremendamente vessati da una manovra che ha l'ardire di definirsi improntata al principio di “equità sociale”. Ci sarebbe da chiedersi cosa sarebbe stato altrimenti…», si domanda Massimo Battaglia, segretario generale della Federazione Confsal-Unsa.

È quasi paradossale lo snaturamento delle parole che siamo costretti ad ascoltare; un meccanismo questo che è perverso e pericoloso per la democrazia stessa. L'equità di cui si parla alla fine si traduce nell'aggravare la capacità delle famiglie a reddito medio basso di far quadrare il bilancio casalingo.

C'è da rimanere attoniti anche dalle modalità con cui una manovra di tale portata viene concepita e realizzata. Le parti sociali, Confsal compresa quale quarta confederazione su base nazionale, sono state convocate e rese edotte delle necessità del sistema paese e delle soluzioni predisposte dal governo. In pratica non sono stati aperti tavoli di confronto su nessuna materia. Ciò non lascia stupiti poiché è un iter niente affatto nuovo. Ma i dipendenti pubblici, anche se non coinvolti dall'autorità politica, nelle decisioni pur difficili che li riguardano, sanno ancora leggere, ascoltare e ragionare. E sanno dire a chiara voce che una manovra di questo tipo va cambiata. A nessuno, infatti, sfugge la portata del programma economico-finanziario del governo.

Al pubblico impiego viene imposto un blocco dei rinnovi contrattuali per il 2010-2012, rendendo in sostanza lettera morta l'impegno che la stessa parte pubblica si era assunta, nero su bianco, sottoscrivendo gli accordi sul nuovo modello contrattuale.

A ciò si accompagna il blocco, a tutto il 2013, delle retribuzioni ai livelli del 2010. Se in Spagna e in Grecia si è deciso di tagliare gli stipendi pubblici, il principio di «equità sociale» da noi si sostanzierebbe in un congelamento delle retribuzioni e non in un loro taglio. «Uno specchietto per le allodole, però, lo sappiamo bene», avverte Battaglia, «il costo della vita crescerà, l'inflazione eroderà il potere di acquisto, con la conseguenza di avere di fatto stipendi tagliati. Ci viene risposto che in questi ultimi anni la dinamica degli aumenti stipendiali ha visto il settore pubblico spuntare condizioni più vantaggiose rispetto a quello privato. Può essere vero. Ma nessuna voce, ci pare, ha sottolineato una verità scomoda: che gli stipendi dei pubblici dipendenti italiani sono in media più bassi rispetto a quelli dei colleghi europei, come recentemente certificato dall'Ocse».

Si aggiunga a quanto detto dal segretario generale il fatto che le valutazioni sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici sono troppo spesso falsate dall'uso strumentale di quell'arte che si chiama statistica, capace di far affermare a qualcuno che se una persona mangia due polli e un'altra nessuno, ci si stanno mangiando un pollo a testa. Nel pubblico impiego c'è una grande varietà di retribuzioni, molte delle quali, che oggi pagano il conto più caro, sono quelle medio-basse, alle quali in modo socialmente sbagliato si sta impedendo la necessaria progressione. Occorre pertanto una seria riflessione, che ancora colpevolmente non c'è stata, sulla distribuzione delle risorse che questo paese vuole utilizzare per permettere il funzionamento della propria macchina amministrativa.

Tutto ciò già sarebbe sufficiente per fare una levata di scudi contro queste misure qualificabili come «estremamente gravose». Se a ciò si aggiungono le altre norme che si impattano pesantemente con il pubblico impiego, dobbiamo parlare di misure «insostenibili e inique».

Viene prevista una decurtazione del 10% delle risorse delle amministrazioni, in modo indiscriminato e orizzontale. La situazione in prospettiva procede verso un inevitabile peggioramento, a causa della decisione di impedire il turnover della forza lavoro, tra chi lascia il posto per pensionamento e chi vorrebbe entrare a lavorare nella pubblica amministrazione: in tre anni si prevede una diminuzione di circa 400 mila effettivi al servizio della p.a. Chi crede che questo determini un risparmio per lo stato, si sbaglia: significa limitare la capacità delle amministrazioni di svolgere tutte le proprie mansioni, costringendole ad affidare a privati l'erogazione dei servizi alla collettività. Non quindi un risparmio, ma una maggiore spesa, solo su capitoli di bilancio differenti.

Una manovra che mette in scacco anche quella riforma della pubblica amministrazione che doveva essere uno dei fiori all'occhiello del governo. Con quali risorse si realizzerà? Se il merito lo si vuole premiare, con cosa lo si vuole premiare? Con le medaglie non si pagano gli affitti o le bollette della luce. C'è infatti un paradosso di fondo, tra riforma e manovra: quest'ultima impedisce retribuzioni stipendiali del singolo lavoratore pubblico rispetto ai valori raggiunti nel 2010, rendendo impossibile conferire il premio di produttività a quella fascia del 25% di dipendenti «meritevoli» poiché farebbe loro superare proprio il tetto stipendiale percepito nel 2010.

«Non approviamo inoltre», prosegue Massimo Battaglia, «le norme sul pensionamento: ancora una volta assistiamo all'accanimento contro le aspettative legittime di chi ha servito per anni lo stato. La manovra apparentemente lascia immutati i criteri in vigore per maturare il diritto alla pensione, eppure di fatto fa slittare in avanti di mesi (anche 12!) la possibilità di godere di tale diritto. Se a ciò si aggiungono le misure sul dilazionamento del pagamento della buonuscita, ci rendiamo conto che il dipendente pubblico è sempre più considerato come un limone da spremere in ogni fase della sua vita professionale e non».

Rimangono però aperte delle questioni vitali, tanto per la pubblica amministrazione quanto per il nostro paese in generale. Esse vanno a costituire quella «questione morale» che non è sollevata strumentalmente per dare aria alle trombe in modo impalpabile, ma che è richiamata per inchiodare ognuno alle proprie responsabilità in un momento in cui si chiedono sacrifici pesantissimi a lavoratori onesti, diligenti e professionali quali sono quelli della pubblica amministrazione dello stato italiano. Lavoratori su cui si può intervenire economicamente alla fonte, con un prelievo fiscale certo e sicuro, bloccandone le progressioni stipendiali e i rinnovi contrattuali per legge, costringendoli a lavorare in carenza di risorse formative e materiali, ritardandone l'entrata in pensione, dilazionandone il trattamento di fine rapporto.

Un paese come il nostro, invece, in cui si fa un gran parlare di capacità manageriali dell'amministrazione pubblica, è ancora oggi incapace di esprimere una classe dirigente che vuole intervenire sui grandi scandali che invece reclamano immediata soluzione. Ben altra cosa quindi significa «equità sociale» se la si legge alla luce, e altra luce non c'è, della «questione morale»: significa lotta ferma e seria all'evasione e elusione fiscale (indicata dalla stessa Banca d'Italia quale politica per consentire il rilancio dell'economia), lotta agli sprechi reali, eliminazione del malcostume delle spartizioni delle poltrone cui sono associate logiche di potere che spaziano tanto a livello locale che nazionale, in modo trasversale al mondo della pubblica amministrazione e a quello delle imprese, sradicamento del nepotismo e di quella logica oligarchica che ci fa avere una classe dirigente sempre uguale a se stessa, dedita a scambi e affarismi.

E occorre inoltre aprire una seria discussione circa le sperequazioni degli stipendi: inutile infatti declinare la categoria dell'«equità sociale» tagliando i super-stipendi, se poi il 5% di tale taglio va a toccare solo la parte eccedente dei 90mila euro. «Ogni dipendente pubblico che noi rappresentiamo», fa presente il segretario generale della Confsal-Unsa, «farebbe a cambio con uno stipendio che viene tagliato di quel 5%».

«Questa manovra pertanto non ci piace e non può piacerci in alcun modo», prosegue Battaglia, «pur apprezzando un leggero miglioramento del testo pubblicato rispetto alle ipotesi circolate in precedenza, con particolare riferimento al limite imposto agli stipendi all'anno 2010, e non al 2009 come in origine indicato dal governo».

Certo, l'organizzazione sindacale riconosce la difficoltà del momento storico che tutti stiamo vivendo, legato anche a situazioni internazionali che travalicano le responsabilità nazionali, che tuttavia non sono per questo escluse, come sopra esposto.

«Apprezziamo anche l'adozione di alcune misure che da tempo chiedevamo», riconosce Massimo Battaglia, «e che vanno nella giusta direzione, quali la stretta sulle consulenze, sulle auto blu, sulle missioni, sulle sponsorizzazioni e un contrasto ci auspichiamo più efficace dell'evasione fiscale. Ma le criticità sottolineate rimangono e sono oltremodo aggravate dal fatto che la manovra ha l'ambizione di reperire 8 miliardi di euro dalla lotta all'evasione fiscale, quando si stima che essa arriva alla cifra astronomica di 120 miliardi, che rimangono nelle tasche di qualcuno e non certo dei dipendenti pubblici!»

Cosa fare allora? Come reagire a questo modus operandi del governo, che sforna decreti legge e informa le organizzazioni sindacali senza consultarle?

«Qualcuno ha proclamato lo sciopero; noi preferiamo percorrere responsabilmente un'altra strada nel rispetto dei lavoratori, perché scioperare costa. Quando parliamo della difficoltà di arrivare alla fine del mese, stiamo parlando di situazioni diffuse e reali di tanti colleghi che conosciamo personalmente. Il sindacato si deve caricare di queste difficoltà e non deve sfruttarle con proclami demagogici quando andare in piazza rappresenta uno sforzo spesso economicamente impossibile per troppi lavoratori. Si va in piazza per fare un favore al sindacato o per raggiungere risultati per i lavoratori? Noi scegliamo di servire l'interesse concreto di coloro che rappresentiamo e che scelgono il nostro modo di rispettare la categoria», spiega il segretario generale.

La Federazione Confsal-Unsa si sta già muovendo per modificare la manovra. Se il governo non ha aperto tavoli con le parti sociali, non può però rimanere sordo a interrogazioni parlamentari o a emendamenti opportunamente predisposti presentati nel corso dell'iter legislativo della manovra. «Agiremo come sempre con quel senso di responsabilità che ci è stato sempre proprio e che viene richiesto a tutte le componenti sociali dal Presidente della Repubblica», conclude Battaglia. «Ma al tempo stesso spenderemo ogni nostra energia per raggiungere risultati certi che diano al principio di “equità sociale” il suo vero e autentico significato».

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