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Lavoro nero fa rima con badante

del 05/06/2010
di: di Carla De Lellis
Lavoro nero fa rima con badante
Lavoro nero adesso fa rima con domestico. È l'occupazione di colf e badanti, infatti, quella colpita maggiormente da forme di lavoro sommerso e irregolari (37%), seguita dal settore dell'agricoltura (26%), dell'edilizia (24%), del tessile (13%) e della meccanica (l'8%). Un fenomeno che vale più di un terzo del pil, coinvolgendo immigrati clandestini (800 mila) ma anche regolari, e che ha assunto una dimensione strutturale al Sud, mentre al Nord rappresenta forme di elusione ed evasione fiscale. È l'indagine conoscitiva della Commissione lavoro della camera, conclusasi la scorsa settimana, a delineare i nuovi tratti del lavoro nero. Un fenomeno solo mitigato dalle recenti riforme del lavoro e che richiederebbe l'attuazione di una riforma complessiva, di natura economica, fiscale e di mercato del lavoro, per un'efficace azione repressiva.

Quanto alle cause, secondo l'Eurispes il sommerso è utilizzato come ultima arma a difesa rispetto a un sistema oppressivo e limitativo della libertà di impresa: pressione fiscale e burocrazia troppo invadente le ragioni principali che tendono ad ingabbiare il sistema imprenditoriale.

Tuttavia, non sono i settori imprenditoriali a detenere il primato del lavoro nero, ma il lavoro domestico. Secondo il rapporto, qui, il problema dell'irregolarità è fortemente legato a talune complicazioni procedurali e burocratiche (per esempio, nel caso di stranieri, il rilascio del permesso di soggiorno), nonché al livello basso di reddito e trattamenti pensionistici, che inducono sia il datore di lavoro sia il lavoratore a stipulare un tacito accordo di convenienza in ordine al carattere occulto del loro rapporto.

Altra causa del lavoro nero è l'alto peso degli oneri contributivi. Su tale aspetto, però, il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, ha precluso qualsiasi ipotesi di intervento. Una riduzione non è possibile, ha sostenuto, per via dei vincoli di finanza pubblica e per esigenze di rapporto fra contribuzione e prestazione che caratterizzano l'attuale modello previdenziale. Più opportuno sarebbe, ha concluso il ministro, rimettere alle parti sociali, attraverso la stipula di apposite intese decentrate, il compito di regolamentare le dinamiche salariali.

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