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Lavori extra Ue, rischio Iva doppia

del 17/11/2009
di: di Franco Ricca
Lavori extra Ue, rischio Iva doppia
Rischio di imposizione e di doppia imposizione Iva sulle lavorazioni eseguite fuori della Comunità per conto di imprese italiane: le nuove regole sulla territorialità delle prestazioni di servizi, in vigore dal 2010, localizzano l'operazione in Italia, ma non tengono conto della «consumazione del servizio» all'estero, né della tassazione del valore della lavorazione nel caso di importazione dei prodotti lavorati.

Regime attuale. Secondo le regole vigenti, le prestazioni di servizi relativi a beni mobili materiali si considerano effettuate in Italia se materialmente eseguite nel territorio dello stato (art. 7, quarto comma, lett. b). In deroga a questa regola, le prestazioni fra soggetti passivi comunitari si considerano effettuate, anziché nel luogo di esecuzione, nel luogo in cui è stabilito il committente, alla condizione che il bene, a lavorazione ultimata, lasci il paese del prestatore (art. 40, comma 4-bis, dl 331/93).

Nuova regola dal 2010. In base alla direttiva 8 del 2008 (e alle disposizioni di recepimento contenute nello schema di dlgs varato dal governo), dall'1/1/2010 le prestazioni in esame ricadranno nella nuova regola generale, che individua il luogo dell'operazione nel paese in cui è stabilito il committente soggetto passivo; le medesime prestazioni rese a privati, invece, continueranno ad essere regolate dal criterio specifico che localizza le operazioni nel paese in cui sono materialmente eseguite. Restando alle prestazioni rese a soggetti passivi, come già evidenziato in precedenti articoli lo spostamento della territorialità nel paese del committente avrà i seguenti effetti:

a) le prestazioni rese da soggetti italiani a committenti esteri, comunitari ed extracomunitari, non saranno territoriali, a prescindere dallo spostamento o meno dei beni, per cui non costituiranno volume d'affari. Nella fattispecie, non potrà troverà applicazione, quindi, il trattamento di non imponibilità dell'art. 9, n. 9) del dpr 633/72, né quello dell'art. 40, comma 4-bis (disposizione che sarà abrogata). Se il committente è stabilito in un altro paese Ue, resta fermo l'obbligo di fatturazione e l'operazione dovrà essere evidenziata nel modello Intrastat, ma non concorrerà comunque al plafond ai fini dell'agevolazione per gli esportatori abituali;

b) le prestazioni ricevute da committenti italiani, viceversa, si considereranno in ogni caso effettuate nel territorio dello stato e dovranno essere assoggettate all'Iva, a cura del committente, con il meccanismo dell'inversione contabile, attraverso l'emissione di autofattura, anche se il prestatore è stabilito in altro stato membro (non si potrà più procedere, pertanto, all'integrazione della fattura del fornitore); in quest'ultima ipotesi, inoltre, vi sarà l'obbligo di compilazione del modello Intrastat.

Prestazioni eseguite fuori della Comunità per conto di committenti italiani. Dall'anno prossimo queste prestazioni diventeranno in ogni caso territoriali in Italia. Inoltre, all'infuori dell'ipotesi contemplata dall'art. 9, n. 9) del dpr 633/72, che dichiara non imponibili le lavorazioni su beni di provenienza estera non ancora definitivamente importati, nonché su beni nazionali, nazionalizzati o comunitari destinati ad essere esportati da o per conto del prestatore o del committente estero, le lavorazioni per conto di committenti italiani parrebbero concretizzare operazioni imponibili. Ciò sembrerebbe valere anche se la lavorazione riguarda beni oggetto di transazioni effettuate al di fuori della Comunità, nonché beni successivamente importati. Questo trattamento suscita però perplessità, giacché nel primo caso vi è un servizio interamente consumato al di fuori della Comunità (esattamente come per l'intermediazione su vendite «estero su estero», che difatti sarà dichiarata non imponibile mediante integrazione dell'art. 9, n. 7). Nel secondo caso, poi, si avrà l'imposizione del valore della prestazione in dogana, all'atto dell'importazione dei prodotti lavorati al di fuori della Comunità, per cui l'applicazione dell'Iva sul corrispettivo del servizio con il meccanismo dell'inversione contabile duplicherebbe la tassazione. Il problema dovrebbe essere risolto attraverso una specifica disposizione che vada ad integrare l'art. 9, n. 9) al fine di estendere il trattamento di non imponibilità, o, ancora meglio, «a monte», integrando gli articoli 144 e 153 della direttiva n. 112 del 2006. Anche in via interpretativa, comunque, parrebbe possibile procedere a una lettura adeguatrice della disposizione dell'art. 9, n. 9), al fine di riconoscere la non imponibilità alle lavorazioni che, seppure materialmente eseguite all'estero, dovranno considerarsi effettuate in Italia in base alla nuova regola, allorquando eseguite su beni esteri.

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