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Commercialista da bancarotta

del 25/05/2010
di: Pagina a cura di Debora Alberici
Commercialista da bancarotta
Risponde di bancarotta fraudolenta il commercialista, membro del collegio sindacale, «regista» delle operazioni illecite finalizzate alla distrazione dei beni.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 19545 di ieri, ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta nei confronti di un professionista di Bari che, insieme ai soci di un'azienda e come membro del collegio sindacale aveva, in qualità di «guida tecnica», organizzato i trasferimenti dei beni ad un'altra impresa.

Nel frattempo l'azienda era fallita. Così erano scattate le accuse di bancarotta da parte della procura di Bari nei confronti dei soci e del commercialista. Il Tribunale li aveva condannati e la decisione era stata confermata dalla Corte d'appello di pugliese (tranne sul punto delle attenuanti nei confronti di uno dei soci).

Poi il ricorso in Cassazione nel tentativo di un'assoluzione. Ma la quinta sezione penale lo ha respinto osservando, quanto alla posizione del commercialista, che «egli ha ammesso il suo ruolo di guida tecnica in tutte le attività di trasferimenti spoliativi dei beni della società, con dichiarazioni rese al pubblico ministero e poi legittimamente acquisite, in dibattimento, a seguito dell'esercizio della facoltà di non rispondere». Quindi, i giudici di merito hanno anche messo in risalto che egli direttamente partecipò alla distrazione degli strumenti di ufficio, acquistandoli attraverso un'altra impresa si tratta di un episodio di modesto rilievo contabile, ma di altissimo rilievo dimostrativo, ai fini del convincimento della totale abnegazione del ricorrente nella costruzione e nello sviluppo del piano finalizzato alla scomparsa giuridica dei beni di massimo valore, tanto da spingersi, dal ruolo di regia e di comando nella tecnica fraudolenta, a quello di diretto occultatore di beni residui».

La Procura generale della Suprema corte, nell'udienza tenutasi al Palazzaccio lo scorso 3 febbraio, aveva sollecitato la stessa conclusione e cioè una conferma di tutte le condanne, senza eccezione per la posizione del professionista, e l'inammissibilità dei tre ricorsi.

La stretta segnata dalla Suprema corte con queste motivazioni non è un precedente isolato. Negli ultimi mesi sono state più di una le decisioni di legittimità che hanno assunto una posizione dura nei confronti dei professionisti che assistono aziende e contribuenti. A fine aprile, con la sentenza n. 9916, la terza sezione civile di Piazza Cavour ha infatti affermato che «il commercialista deve al cliente la metà delle sanzioni fiscali qualora abbia esposto in dichiarazione dei costi non documentati o non inerenti all'anno d'imposta».

A gennaio, invece, la Suprema corte, sancendo la retroattività di alcune norme del decreto Bersani ha invece affermato che (sentenza n. 37) «il commercialista che non versa al fisco il denaro dei clienti ci paga le imposte come redditi diversi. È retroattiva la norma della riforma Bersani sui proventi illeciti (art. 36 del dl 223/2006) e sulla loro classificazione come redditi diversi».

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