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Regioni mani bucate al fallimento

del 20/05/2010
di: di Roberto Miliacca e Benedetta P. Pacelli
Regioni mani bucate al fallimento
Il federalismo fiscale sarà un modo per ricondurre a responsabilità la gestione della spesa, soprattutto a livello regionale, arrivando fino al fallimento delle regioni inadempienti, come una qualunque azienda. Parola del ministro del lavoro Maurizio Sacconi: «Non possiamo portare i libri contabili delle regioni in tribunale, però possiamo prevedere una misura deterrente molto efficace, e cioè che se l'ente fallisce si va ad elezioni. Ovviamente nessuno dei politici responsabili del fallimento potrà ripresentarsi per un bel po' di tempo». Il ministro lo ha affermato ieri a Roma alla terza conferenza annuale del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili. In apertura della quale il presidente, Claudio Siciliotti, ha preso atto del fatto che «con questo debito e con questa spesa pubblica bisogna avere l'onestà intellettuale di dire con chiarezza che è al momento impossibile prevedere una riforma fiscale che porti nell'immediato a una riduzione delle imposte». Siciliotti ha ribadito la necessità di andare verso un contenimento della spesa pubblica, se si vogliono ridurre le tasse. Un binomio imprescindibile che il numero uno del Cndcec sottolinea a chiare lettere nel suo intervento davanti alle rappresentanze del governo, del parlamento e di categoria. Questo non significa, precisa Siciliotti, che non ci sia bisogno di ridurre le imposte, anzi. Basti pensare, «che la pressione fiscale reale, al netto del sommerso, si attesta quest'anno al 51,57 % con un aumento di quasi un punto percentuale rispetto al già clamoroso 50,77 da noi denunciato meno di un anno fa».

In relazione alla crescita della spesa pubblica negli ultimi anni, il numero uno dei commercialisti ha illustrato i risultati di una simulazione compiuta dall'Istituto di ricerca di categoria, secondo la quale se, nel periodo compreso tra il 2001 al 2008, la crescita annuale della spesa pubblica fosse stata contenuta entro il tasso di inflazione aumentato di un punto percentuale e, parallelamente, l'economia sommersa fosse stata contenuta entro un ragionevole 12% sul pil (anziché il 16% medio di quegli anni), l'Italia sarebbe entrata nel 2009 con 590 miliardi di euro di debito pubblico in meno, con un avanzo di bilancio pari a 87 miliardi di euro (anziché un disavanzo di 42) e con un rapporto debito/pil del 71,75% (anziché del 106,10%). Il nodo da sciogliere sulla spesa pubblica non deve, comunque, far passare in secondo piano «l'urgenza di mettere immediatamente mano a una riforma fiscale» il cui punto di partenza deve essere comunque «la sacralità del rapporto tributario tra cittadino e stato».

Sacconi contesta però l'analisi storica fatta dai commercialisti: il debito pubblico ha origini ancora più antiche.

Nella riforma Visentini dei primi anni '70, per esempio, che trasformò l'Ige in Iva, introdusse l'Irpef e il sostituto d'imposta per i redditi da lavoro dipendente «e che è stata estremamente sottovaluta nel suo impatto che avrebbe avuto».

Quella riforma ha avuto bisogno di molto tempo per poter essere assimilata ed è stata concausa della situazione di indebitamento pubblico così forte. Per Sacconi quindi ora le linee di intervento possibili sono tre. La prima consiste nel riorganizzare le strutture centrali della spesa pubblica che, disperse in mille enti, hanno di fatto «azzerato la capacità di governo della spesa stessa».

Ma è soprattutto il federalismo fiscale lo strumento più appropriato «per ricondurre a responsabilità la gestione della spesa a livello regionale». C'è poi il capitolo sussidiarietà, ossia il terzo strumento di intervento, che può contribuire a «costruire un modello di protezione e inclusione sociale più sostenibile ed efficace».

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