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Sul tessile l'origine extra Ue

del 19/05/2010
di: da Bruxelles Gianluca Cazzaniga
Sul tessile l'origine extra Ue
Il parlamento europeo vuole rendere obbligatoria l'indicazione d'origine per i prodotti tessili importati da paesi terzi, come Cina e Stati Uniti. Con ampia maggioranza (528 voti a favore, 108 contro e 18 astenuti), gli eurodeputati hanno dato ieri il via libera al nuovo regolamento europeo sull'etichettatura dei prodotti tessili. Non solo capi d'abbigliamento, ma anche tende, tovaglie e affini. Persino giocattoli, se composti per almeno l'80% da tessuto. Inoltre, l'assemblea di Strasburgo mira a istituire un'indicazione d'origine volontaria per i prodotti realizzati all'interno dell'Ue. «Una griffe non potrà più utilizzare il marchio Made in Italy, se farà solo il confezionamento in Italia», ha spiegato Lara Comi, eurodeputata del Partito delle libertà (Pdl) che segue da vicino il dossier. «Si considera stato membro di origine quello in cui si siano svolte almeno due fasi di lavorazione del prodotto su quattro: filatura, tessitura, nobilitazione e confezionamento». L'obiettivo del doppio sistema di indicazione d'origine è salvaguardare sia i cittadini che le aziende europee. «Il nuovo regolamento tutela sia i consumatori europei, che desiderano conoscere l'origine dei prodotti tessili prima di acquistarli, sia le piccole e medie imprese, che li realizzano all'interno degli stati membri», ha aggiunto la Comi. La bozza di legge europea sull'etichettatura dei prodotti tessili è stata presentata l'anno scorso dalla Commissione Ue, con l'obiettivo di ridurre i tempi per l'introduzione di nuove fibre nel mercato unico. All'interno di questa proposta tecnica, però, l'Europarlamento ha colto l'occasione per rilanciare una questione prettamente politica come il «Made in». La richiesta del marchio d'origine obbligatorio non è nuova da parte dell'assemblea. Gli eurodeputati avevano presentato una proposta sul «Made in» già nel 2005, ma non avevano ottenuto il sostegno da parte dei Ventisette. Anche oggi la palla torna agli stati membri, però il contesto è cambiato. Non solo perché l'entrata in vigore del trattato di Lisbona ha conferito più poteri all'Assemblea di Strasburgo nelle trattative con i governi europei. Ma anche perché, intascando il successo di ieri, gli eurodeputati hanno lanciato un segnale forte alle ventisette capitali. «La strada si sta facendo in discesa, diversamente da quanto sembrava fino a qualche settimana fa, perché i numeri parlano chiaro», ha commentato una fonte comunitaria che conosce bene il dossier. Ad ogni modo è probabile che un'eventuale intesa tra le due «camere» (Parlamento e Consiglio) slitti al prossimo semestre, dato che la presidenza di turno spagnola volge ormai al termine. Nel frattempo, l'antitrust europeo sta vagliando la recente legge italiana «Reguzzoni-Versace» (la 55/2010), che ha disciplinato l'attribuzione del marchio made in Italy a scarpe, abiti e pelletteria. La direttiva europea 98/34/CE, infatti, obbliga gli stati membri a notificare i progetti delle regolamentazioni tecniche come quelle relative all'etichettatura dei prodotti tessili, perché queste ultime potrebbero dare origine a barriere ingiustificate tra i diversi paesi dell'Ue.
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