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E intanto il governo lavora alla riforma della Comunitaria

del 13/05/2010
di: La Redazione
E intanto il governo lavora alla riforma della Comunitaria
Addio legge comunitaria. Al suo posto ci saranno due distinte leggi annuali: la legge di delegazione europea e la legge europea. La prima, da presentare in parlamento il 31 gennaio di ogni anno, riguarderà le sole deleghe legislative e le autorizzazioni all'attuazione in via regolamentare. La seconda, che potrà arrivare in parlamento anche disgiunta dalla prima, recherà le disposizioni di attuazione diretta; cioè le norme modificative o abrogative di disposizioni in contrasto con gli obblighi Ue e quelle oggetto di procedure di infrazione, di diretta attuazione degli atti Ue, di esecuzione dei trattati internazionali, nonché le disposizioni emanate nell'esercizio del potere sostitutivo statale. Il governo sta lavorando alla riforma della disciplina, che regola la partecipazione dell'Italia al processo normativo europeo. Un ddl, analizzato nel corso dell'ultimo preconsiglio dei ministri e presto al vaglio dell'esecutivo, riforma la legge n. 11/2005 (meglio conosciuta come «legge Buttiglione»), che oggi definisce l'assetto dei rapporti tra Italia e Unione, per quanto attiene la produzione normativa, sia in relazione alla fase ascendente (cioè la notifica a Bruxelles delle norme italiane) sia alla fase discendente (cioè il recepimento delle norme comunitarie nell'ordinamento italiano). In soldoni, la riforma serve per adeguare la legge Comunitaria ai tempi. Infatti, l'entrata in vigore il 1° dicembre scorso del Trattato di Lisbona obbliga l'Italia a rivedere la legge Buttiglione, costruita sullo schema dei precedenti Trattati europei. Questi delineavano un sistema di integrazione tra stati, che poggiava su due diverse entità giuridiche: l'Unione europea e le Comunità europee. E su una distinzione in tre pilastri del funzionamento di sistema: il pilastro comunitario, il pilastro politica estera e sicurezza comune, il pilastro della cooperazione giudiziaria in materia penale e di polizia. Il Trattato di Lisbona, invece, ha innovato e semplificato il quadro, riassorbendo la Comunità nell'Unione europea e abolendo la distinzione in pilastri. Di conseguenza, con la fine della Comunità europea dal linguaggio ufficiale spariscono termini come «diritto comunitario», «atti comunitari», «legge comunitaria». E con l'eliminazione dei pilastri, cessano di esistere gli atti giuridici previsti per attuarli. Così, il primo obiettivo della riforma è l'adattamento linguistico delle fonti normative, frutto della successione dell'Unione europea alla Comunità europea e dei cambiamenti di denominazione delle istituzioni. Ma, come detto, la riforma non si ferma ai nomi. Il Trattato di Lisbona prevede, ad esempio, il coinvolgimento diretto dei parlamenti nazionali nel funzionamento dell'Ue. Specie, in relazione al controllo della sussidiarietà per gli atti legislativi europei; alla nuova ripartizione europea tra atti legislativi, atti delegati e atti di esecuzione; all'accelerazione delle procedure d'infrazione per mancato recepimento delle direttive o per le sentenze di condanna della Corte di giustizia. Il ddl prevede, infine, la partecipazione di parti sociali e categorie produttive alla formazione degli atti europei.

Luigi Chiarello

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