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Professionisti preoccupati

del 11/05/2010
di: di Benedetta Pacelli
Professionisti preoccupati
Non si può pensare che chi controlla abbia una licenza senza limiti. Né che si utilizzi la deroga al segreto concessa dal giudice per allungare l'occhio su carte e rapporti di un cliente che nulla entra rispetto all'accertamento richiesto al professionista. È una sentenza che proprio non va giù ai professionisti quella della cassazione Sezioni Unite civili 11082/2010 (si veda IO dell'8-05-10) con la quale è stato stabilito che tutta la documentazione o la corrispondenza tra clienti e professionista (nel caso specifico si tratta di un avvocato) possono essere esaminati dalla Guardia di finanza alla ricerca di attività professionali fiscalmente rilevanti e non dichiarate. Una decisione che, per Guido Alpa presidente del Consiglio nazionale forense, presenta luci e ombre. Perché, «se è senz'altro condivisibile, in linea di principio, l'assunto per cui il segreto professionale è un istituto posto a tutela del diritto di difesa del cliente, e non un privilegio del professionista» è altrettanto vero che questo non significa che «l'amministrazione possa utilizzare contro i clienti elementi magari acquisiti durante le verifiche disposte per vagliare la posizione del professionista- contribuente». Dito puntato anche sul profilo procedimentale. Secondo il numero uno degli avvocati il fatto che la Cassazione ritenga l'autorizzazione del pubblico ministero non autonomamente impugnabile di fronte al Tar ma solo di fronte al giudice tributario che eventualmente potrebbe sollevare questione di legittimità costituzionale, rischia di comportare difficoltà pratiche di tutela.

È un classico episodio, commenta invece Marina Calderone presidente dei Consulenti del lavoro «in cui c'è la necessità di tutelare diverse esigenze, quella dell'interesse generale del principio di legalità, quella della privacy dei contribuenti non coinvolti alla verifica e quella dell'interesse professionale». Non c'è dubbio per la Calderone che è il principio di legalità a dover prevalere, «però è fondamentale che queste situazioni anche a livello giurisprudenziale vengano trattate con grande equilibrio per evitare derive inquisitorie che certo non giovano a uno stato di diritto. Ovviamente questo non fa venire meno la massima disponibilità dei professionisti a collaborare per incentivare l'emersione dall'economia sommersa». E di «deriva sostanzialista» parla poi il numero uno dei dottori commercialisti ed esperti contabili Claudio Siciliotti che vede in questo episodio il pericolo di andare verso «un filone meno garantisca e più sostanzialista». Certo, per il presidente del Cndcec, «il segreto professionale non può e non deve proteggere i reati, ma deve comunque esserci un indizio di reato. L'impressione è che si voglia far svolgere ai professionisti compiti di supplenza a quelli svolti normalmente dalla pubblica amministrazione e dall'accusa senza per altro riconoscergli il ruolo. Se dovesse prendere piede una posizione di questo tipo andremmo verso una pericolosa deriva sostanzialista».

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