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L'elicottero non sfugge all'Iva

del 05/05/2010
di: di Debora Alberici
L'elicottero non sfugge all'Iva
Commette evasione fiscale il contribuente che non versa l'Iva sui mezzi di trasporto intestati a società estera, e importati in Svizzera, ma usati privatamente in Italia. Ciò anche se il versamento è già stato fatto al fisco elvetico, con aliquota diversa. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 16860 di ieri, ha accolto il ricorso della procura di Bergamo annullando con rinvio l'assoluzione dal reato di evasione dell'Iva di un imprenditore e di un pilota italiani, che avevano acquistato un elicottero da una società francese. Il velivolo era stato importato in Svizzera, per poi essere trasferito immediatamente all'aeroporto di Orio al Serio, dove veniva quotidianamente utilizzato per uso privato (non commerciale). I due, nei confronti dei quali erano scattate inizialmente le accuse di evasione fiscale, erano stati poi assolti con rito abbreviato dal gip di Bergamo. Contro questa decisione la procura bergamasca ha invece presentato ricorso al Palazzaccio, sostenendo che il pilota avrebbe dovuto importare definitivamente in Italia il velivolo (pagando così l'Iva all'importazione), chiedendo alla Svizzera il rimborso dell'imposta già versata con un'aliquota del 7%. La Suprema corte ha dato ragione alla pubblica accusa, affermando che l'omesso pagamento dell'Iva sulle merci importate configura il reato d'evasione, a meno che non si tratta di un caso in cui il contribuente ha subito una doppia imposizione. Doppia imposizione che non si verifica nel caso di scambi con la confederazione elvetica, la cui normativa in materia consente l'esenzione per una serie di operazioni classificabili come cessione all'esportazione, e il diritto alla detrazione per le forniture di beni successivamente esportati. In altri termini, hanno motivato gli Ermellini, «l'accordo sottoscritto tra la Confederazione elvetica e la Comunità lascia impregiudicata la facoltà di riscossione dell'Iva all'atto dell'ingresso delle merci nel territorio degli stati aderenti alla Comunità, trattandosi di imposta il cui presupposto finanziario è diverso da quello dei dazi doganali (sentenza emanata da questa sezione il 30 aprile-10 giugno 2002, n. 22555, Panseri, rv. 221884; Cass. n. 17432 del 2005)». Ma non basta. Secondo la Cassazione «tale orientamento è stato ribadito e precisato con la decisione n 36198 del 2007, con cui si è rimarcato che il reato di violazione dell'Iva all'importazione (dpr n. 633 del 1972, art. 70) non è affatto escluso dall'accordo tra la Confederazione elvetica e la Comunità in quanto l'Iva costituisce un tributo interno che, secondo i principi del trattato Ce, è dovuto allo stato al momento dell'ingresso delle merci, a meno che non si provi che il tributo è già stata assolto anteriormente, sia pure al momento dell'esportazione dallo stato di provenienza». Insomma, dice ancora il Collegio, l'accordo tra Confederazione elvetica e Comunità impedisce «di ritenere ancora sussistente il reato di contrabbando e, al contrario, ammette la sussistenza dell'ipotesi di evasione dell'Iva all'importazione, con l'unico limite del divieto di doppia imposizione. Questa, introducendo un trattamento fiscale discriminatorio tra merci nazionali e merci importate, violerebbe il principio di neutralità dell'imposta, voluto dall'articolo 4 dell'accordo e, come tale, sarebbe inapplicabile per contrasto con l'accordo».

Ora il tribunale di Bergamo dovrà processare nuovamente l'imprenditore e il pilota per evasione fiscale.

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