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Non deve pagare le tasse due volte chi investe in un fondo di rischio

del 01/05/2010
di: di Gianluca Cazzaniga
Non deve pagare le tasse due volte chi investe in un fondo di rischio
Chi investe in un fondo per il capitale di rischio non dovrebbe rischiare di pagare le tasse due volte: sia nel paese dove risiede, sia in quello dove investe. Inoltre i 27 stati membri dell'Ue dovrebbero mettersi d'accordo su come trattare i vari strumenti finanziari sul mercato. Questi sono i punti salienti di una relazione pubblicata ieri dalla Commissione europea. La relazione è frutto di due anni di lavoro da parte di un gruppo di esperti istituito dall'esecutivo comunitario, per agevolare gli investimenti transfrontalieri in capitale di rischio. «Per molte piccole e medie imprese (pmi) il capitale di rischio è linfa vitale», ha affermato Algirdas emeta, commissario europeo per la Fiscalità e l'unione doganale, l'audit interno e la lotta antifrode. «Come riconosciuto dagli obiettivi dell'Ue per il 2020, migliorare le condizioni generali in cui le pmi operano è essenziale per costruire un'economia più forte e sostenibile. Dobbiamo quindi creare un mercato europeo dei capitali di rischio efficiente: ciò significa eliminare gli ostacoli fiscali che ancora persistono». I macigni più grossi sono due. Uno: la presenza del gestore di un fondo nel paese in cui viene realizzato l'investimento, rischia di far scattare l'imposizione sugli investitori in tale stato. Il che potrebbe portare a una doppia imposizione, se il rendimento dell'investimento fosse tassato anche nel paese o nei paesi dove risiedono gli investitori. Gli esperti propongono di lasciare il gestore del fondo fuori dall'equazione e di non considerarne la presenza in un paese come motivo di imposizione. Due: oggi i fondi per il capitale di rischio possono essere trattati in modi diversi dai vari stati membri dell'Unione. Per esempio un fondo può essere trattato come trasparente in un paese e non trasparente in un altro. Per questo gli esperti consigliano ai ventisette di concordare delle definizioni comuni o trovare un'intesa sul riconoscimento reciproco della classificazione dei fondi. In quest'ultimo caso, ad esempio, un fondo italiano che investe in Bulgaria dovrebbe essere trattato secondo le norme vigenti a Roma, non secondo quelle in vigore a Sofia (in genere, oggi, queste situazioni sono gestite con accordi bilaterali). Adesso spetta alla Commissione Ue capire come capitalizzare sulle conclusioni contenute nella relazione degli esperti, in linea con il suo più ampio obiettivo di eliminare la doppia imposizione nell'Unione. Bruxelles dovrebbe presentare un'apposita comunicazione entro l'inizio dell'anno prossimo.

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