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Gli utili occulti restano un rebus

del 29/04/2010
di: di Roberto Pasquini
Gli utili occulti restano un rebus
Le società di capitali hanno una loro autonomia sancita dal codice civile; per le società a responsabilità limitata l'art. 2462 espressamente dichiara che per le obbligazioni sociali risponde soltanto la società con il suo patrimonio. Anche ai fini tributari vale questo assunto e, infatti, vige la netta separazione tra i redditi della società e quelli dei singoli soci, salvo naturalmente il caso dell'espressa opzione per l'applicazione del regime della trasparenza.

Per le società di persone invece l'art. 5 del Testo unico delle imposte dirette stabilisce che il reddito delle stesse è imputato a ciascun socio proporzionalmente alla quota di partecipazione agli utili, indipendentemente dalla percezione.

Un accertamento di maggior reddito effettuato da parte dell'Agenzia delle entrate in capo a una srl comporta l'obbligo per la società di corrispondere le conseguenti maggiori imposte, le sanzioni, gli interessi.

Gli uffici finanziari sostengono invece che qualora l'accertamento di maggiori redditi venga effettuato nei confronti di società di capitali a ristretta base «azionaria» e/o familiare, la separazione tra la posizione della società e quella dei soci non può costituire un muro invalicabile, quando risulti acclarata l'esistenza di maggiori utili, derivanti magari da ricavi non contabilizzati, e percepiti «extra-bilancio»; un eventuale accertamento fiscale di maggiori redditi attribuibili alla società potrebbe costituire, sul piano degli indizi tributari, elemento di prova dell'avvenuta distribuzione di utili, tenuto conto della complicità, che normalmente avvince un gruppo così composto.

A fronte della legittimità della presunzione di attribuzione ai soci degli eventuali utili extracontabili accertati, rimane «…salva la facoltà del contribuente di offrire la prova del fatto che i maggiori ricavi non siano stati fatti oggetto di distribuzione, per essere stati, invece, accantonati dalla società ovvero da essa reinvestiti, non risultando tuttavia a tal fine sufficiente né la mera deduzione che l'esercizio sociale ufficiale si sia concluso con perdite contabili né il definitivo accertamento di una perdita contabile, circostanza che non esclude che i ricavi non contabilizzati, non risultando né accantonati né investiti, siano stati distribuiti ai soci…» (Cass. n. 18640/2008).

La legittimità della presunzione relativa alla distribuzione in capo ai soci degli utili non contabilizzati da parte delle società a ristretta base azionaria sta diventando un grosso problema per i contribuenti: se procede tale interpretazione le imposte sui maggiori redditi possono essere richiesti dall'Agenzia delle entrate direttamente ai singoli soci anziché alla società con tutte le conseguenze del caso.

L'imputazione si basa sull'assunto che nelle società di capitali in cui i partecipanti costituiscono un gruppo ristretto, spesso legato da vincoli più o meno stretti di solidarietà familiare, si deve ragionevolmente ritenere che gli utili occultati siano stati distribuiti proporzionalmente ai singoli soci, così come avviene per gli utili delle società di persone, dove il principio dell'imputabilità dei profitti ai soci indipendentemente dalla loro effettiva percezione è sancito legislativamente.

Tale interpretazione si presta a nostro avviso a diverse critiche, atteso che il meccanismo societario è stato appositamente voluto dal legislatore per separare i patrimoni e le responsabilità della società da quelli dei soci: i soggetti sono due, mentre gli uffici fiscali sostengono che il soggetto è unico, solo perché la base societaria è ristretta.

La presunzione di distribuzione ai soci degli utili non contabilizzati vìola altresì il divieto di presunzione di secondo grado, poiché il fatto noto, a nostro avviso, potrebbe essere costituito dalla sussistenza dei maggiori redditi induttivamente accertati nei confronti della società, e non dalla ristrettezza della base sociale e dal vincolo di solidarietà e di reciproco controllo dei soci.

Non ci resta che sperare in un ripensamento della Corte di cassazione.

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