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Ora paga il commercialista

del 28/04/2010
di: di Valerio Stroppa e Cristina Bartelli
Ora paga il commercialista
Costi da indicare in dichiarazione solo se adeguatamente documentati. L'obbligo di diligenza del professionista che predispone la denuncia dei redditi, infatti, impedisce di appostare componenti negative prive di documentazione oppure non inerenti all'anno d'imposta di riferimento. E non rileva la circostanza che il contribuente tenga in modo disordinato la sua contabilità. È quanto ha ribadito la Cassazione con la sentenza n. 9916/2010, depositata lo scorso 26 aprile, che ha rigettato il ricorso di un commercialista contro la sentenza di merito che lo aveva condannato a rimborsare, a titolo di risarcimento al cliente, metà delle sanzioni applicate dall'ufficio tributario. La vicenda riguardava un contribuente friulano, che aveva presentato domanda di indennizzo danni da responsabilità professionale nei confronti del proprio consulente tributario, accolta in parte sia dal tribunale di Udine sia dalla Corte d'appello di Trieste. Il professionista aveva esposto nella dichiarazione del suo cliente costi non documentati, costi non inerenti, nonché detratto l'Ilor nell'ammontare massimo annuale, benché il cliente avesse operato in qualità di imprenditore individuale solo per alcuni mesi dell'anno. Il commercialista, avevano peraltro evidenziato i giudici di secondo grado, aveva adombrato l'esistenza di un accordo con il cliente per l'appostazione di detti costi (accordo di cui non è stata rinvenuta prova, ma in ogni caso contrario alla legge e alle regole professionali). Il tribunale aveva dunque condannato il commercialista al pagamento della metà delle sanzioni applicate dall'erario, in considerazione della colpa concorrente del contribuente. L'operato dei giudici di merito viene confermato in toto dalla Suprema corte, che evidenzia come «era preciso obbligo di diligenza del professionista non appostare costi privi di documentazioni o non inerenti all'anno di dichiarazione». In tale contesto, secondo i giudici di legittimità, «a nulla rilevava, al fine di escludere una responsabilità del commercialista, la circostanza che il contribuente tenesse in modo disordinato la sua contabilità». È corretta, dunque, la sentenza del primo giudice che ha posto a carico del professionista la metà delle sanzioni applicate al contribuente, a titolo di parziale risarcimento dei danni. Per Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dottori commercialisti ed esperti contabili, «i commercialisti non si sottraggono alle proprie responsabilità, ma non possono accettare di essere considerati responsabili verso i clienti, anche a prescindere da accordi privatistici presi con essi, in relazione ad ambiti di attività, come la consulenza tributaria, relativamente alle quali la stessa giurisprudenza della Cassazione non riconosce loro lo status giuridico di professionisti posti a presidio di un pubblico interesse. Infatti, proprio la giurisprudenza della Cassazione ha in passato negato questo ruolo dei commercialisti in ambito tributario, affermando che la consulenza e l'assistenza tributaria è liberamente esercitabile da qualsiasi soggetto. Come è possibile ora porre proprio lo status giuridico del commercialista alla base di un principio di responsabilità nei confronti del cliente che dovrebbe prescindere persino da possibili accordi privatistici tra consulente e cliente? Se per l'assistenza tributaria è possibile andare anche da soggetti privi di quegli obblighi deontologici che la sentenza pone alla base della responsabilità del commercialista, significa che quegli obblighi deontologici non sono considerati dal giudice un valore prezioso e imprescindibile».

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