Se questo è il rapporto tra personale e aziende, una domanda sorge spontanea: Il tallone d'Achille della sicurezza sui luoghi di lavoro può dirsi rappresentato dall'assenza di regole?
È convinzione diffusa che, al dunque, ben pochi infortuni sarebbero evitabili per decreto, dal momento che la normativa presente nel Testo unico sulla sicurezza, di recente promulgazione, di per sé non basta. Può fornire un contributo a razionalizzare le indicazioni del legislatore rendendo più chiara la loro applicazione. L'esperienza sul campo insegna che bisogna intervenire sull'organizzazione del lavoro, sulla cultura della prevenzione e sui comportamenti umani. Inoltre, le azioni antinfortunistiche non possono essere sporadiche, in quanto non sarebbero in grado di incidere sui modi di essere e di fare consolidati. Le stesse azioni devono seguire, invece, un andamento quotidiano, sistematico e consapevole nella concretezza del rapporto tra uomo-macchina e ambiente, a cui debbono concorrere più soggetti, motivati a raggiungere determinati standard di prevenzione.
Infine, non si tratta di mettere sotto accusa le aziende, perché, secondo il sindacato, le soluzioni al problema vanno concordate insieme, responsabilizzando tutti gli attori e i protagonisti verso lo stesso obiettivo. Anche l'idea relativa alla detassazione degli investimenti per migliorare la sicurezza è un'ipotesi percorribile: le Asl e l'Inail hanno calcolato che i primi tre giorni di infortunio costano quasi 800; mentre in sei mesi la cifra arriva a 28.870.
