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Sui matrimoni gay la parola al legislatore

del 15/04/2010
di: La Redazione
Sui matrimoni gay la parola al legislatore
Matrimoni gay, nulla da fare. La Corte costituzionale, decidendo sulle questioni poste con ordinanze del Tribunale di Venezia e della Corte d'appello di Trento, in relazione alle unioni omosessuali, ha dichiarato ieri inammissibili le questioni stesse in riferimento agli artt. 2 e 117, 1° comma, della Costituzione e infondate in relazione agli artt. 3 e 29 della Costituzione. I giudici delle leggi hanno, con la pronuncia di inammissibilità e infondatezza delle questioni, ritenuto che la trattazione della materia spetta soltanto al legislatore. A sollevare il caso davanti alla Consulta erano stati il tribunale di Venezia e la Corte d'appello di Trento nell'ambito di distinte cause intraprese da tre coppie omosessuali contro il rifiuto loro opposto dall'ufficiale di Stato civile dei comuni di residenza di fare le pubblicazioni matrimoniali da loro richieste.

La decisione della Corte costituzionale sui matrimoni gay era attesa da alcuni giorni. Il 23 marzo scorso si era tenuta l'udienza di fronte alla Consulta per esaminare l'istanza sollevata dai giudici del tribunale di Venezia e della Corte d'appello di Trento, nel corso dell'esame dei casi di tre coppie, due di uomini e una di donne, che avevano chiesto di sposarsi in Comune. La Corte costituzionale aveva rinviato l'esame del ricorso a questa settimana per prendere in considerazione un gran numero di ricorsi, tra cui quello sui matrimoni gay.

Nel corso dell'udienza del 23 marzo i legali delle coppie avevano sostenuto che l'impossibilità di sposarsi per le persone dello stesso sesso è una evidente discriminazione, e che è in contraddizione con la possibilità di sposarsi accordata a chi, invece, si sottopone a una operazione chirurgica per cambiare sesso. L'avvocatura dello stato aveva ribattuto spiegando che la disciplina di questa materia compete al Parlamento, e che non si può introdurre nell'ordinamento una così grande novità attraverso una sentenza.

Negli ultimi due anni sono state una trentina le coppie omosessuali che in Italia si sono presentate al proprio Comune di residenza per ottenere la pubblicazione di matrimonio. Al diniego tutte hanno fatto ricorso al tribunale, con l'obiettivo dichiarato di spingere il giudice a chiedere una pronuncia della Corte costituzionale sulla legittimità delle norme che impediscono il matrimonio gay.

La decisione della Corte sui matrimoni tra omosessuali «è chiarissima. La nostra Costituzione sulla base degli artt. 3 e 21 considera società naturale fondata sul matrimonio soltanto quella fra uomini e donne», dichiara il sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri, Carlo Giovanardi, che aggiunge: «per quanto riguarda invece forme di regolamentazione dell'unione di fatto ha demandato la materia alla discrezionalità del legislatore ordinario. Il Governo non aveva dubbi sull'esito di questi ricorsi e dell'interpretazione giusta e corretta che la Corte costituzionale ha dato all'istituto del matrimonio così come scolpito dai padri costituenti». «Dopo la sentenza della Consulta, che se n'è lavata le mani, è urgente che il legislatore si assuma la responsabilità politica di una decisione politica», dichiara Donatella Poretti, senatrice radicale eletta nel Pd. «Lo scaricabarile delle competenze», prosegue, «nei fatti ha abbandonato coppie e individui a cercare soluzioni pratiche in un fai da te che non è degno di una società civile e di un Paese che dovrebbe assicurare diritti e tutele a tutti i cittadini a prescindere dal sesso e dalle preferenze sessuali». «Il Parlamento», prosegue Poretti, «calendarizzi subito i disegni di legge in materia».

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