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Sottocosto ai parenti Il fisco va all'attacco

del 10/01/2014
di: di Debora Alberici
Sottocosto ai parenti Il fisco va all'attacco
L'amministrazione finanziaria può recuperare le maggiori imposte sulla plusvalenza realizzata dalla vendita di immobile sottocosto a un parente. Infatti, il contratto si presume simulato se sussiste troppa differenza fra il corrispettivo realizzato e il valore venale.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 245 del 9 gennaio 2014, ha respinto il ricorso del titolare di una ditta individuale che aveva venduto alla moglie un appartamento, poi adibito a residenza della famiglia, ben al di sotto del valore venale.

Per la Suprema corte il recupero a tassazione è giustificato dalla simulazione dei contratti, come spesso avviene fra familiari.

Accordi fraudolenti che possono essere provati dall'amministrazione finanziaria anche mediante presunzioni semplici, come il valore venale del bene.

«Nel caso in esame», si legge nelle motivazioni, «non può desumersi il difetto di altri elementi, oltre all'accertamento del valore venale, proposti dall'Ufficio, idonei (per gravità, precisione e concordanza) a far fondatamente ritenere, prima, che la contabilità della ditta, formalmente regolare, in realtà fosse inattendibile e, poi, che il corrispettivo ricavato fosse, diverso da quello denunziato, ma pari a quello del valore venale».

Infatti, qualora sia contestata una plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione a titolo oneroso di un'unità immobiliare, l'onere di fornire la prova che l'operazione è parzialmente (quanto al prezzo di vendita) simulata incombe all'amministrazione finanziaria, la quale adduca l'esistenza di un maggiori ricavi, e può essere adempiuto anche sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti, «non ostandovi il divieto della doppia presunzione, il quale attiene esclusivamente alla correlazione tra una presunzione semplice con altra presunzione semplice, e non può quindi ritenersi violato nel caso in cui da un fatto noto si risalga a un fatto ignorato, che a sua volta costituisce la base di una presunzione legale».

Anche la Procura generale del Palazzaccio, nell'udienza tenutasi lo scorso 27 novembre, ha chiesto alla sezione tributaria di respingere il ricorso del contribuente e di confermare, quindi, l'atto impositivo.

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