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Urge la riforma morale

del 09/01/2014
di: di Roberto Di Maulo* * segretario generale Fismic-Confsal
Urge la riforma morale
Il governo chiude l'anno 2013 con un gigantesco pasticcio sul decreto «Salva Roma», prima fatto approvare da un ramo del parlamento con la solita fiducia e poi ritirato precipitosamente per le critiche che si era attirato. Infine, compie un capolavoro con prebende a pioggia sia nella legge di Stabilità sia nel cosiddetto decreto milleproroghe.

È una fine d'anno ingloriosa che chiude un 2013 in cui i pasticci dei nostri governanti hanno superato qualsiasi immaginazione; l'affermazione, basata su dati abbastanza fantasiosi della Cgia di Mestre, fatta dal presidente del consiglio Enrico Letta e dal ministro dell'economia Fabrizio Saccomanni sulla presunta diminuzione della tassazione sulle famiglie italiane completa lo sconfortante quadro e raggiunge l'obiettivo di allontanare ancora di più i cittadini dalla politica, semmai ce ne fosse stato bisogno.

Il «rottamatore» Matteo Renzi parla di «marchette», stavolta a ragione, fatte dall'esecutivo a favore di lobby e «clientes» all'arrembaggio.

Il tutto mentre il paese soffre ancora il pieno di una crisi che da finanziaria è diventata economica e che da economica si sta trasformando in una profonda crisi sociale, per uscire dalla quale occorrerebbero profonde riforme strutturali dei mali che gravano sulla nostra economia e una generale opera di snellimento burocratico che faccia mantenere al paese standard di competitività in grado di non fare soccombere le nostre produzioni nella competizione globale.

Ci siamo soffermati più volte su quali riforme si rendono indispensabili, ma qui vogliamo invece partire dai provvedimenti di fine 2013 varati da quello che è il nostro governo, che però è privo ormai di un mandato elettorale.

A questo proposito, è opportuna una premessa: abbiamo votato lo scorso 25 febbraio, quindi appena dieci mesi fa. Alla competizione elettorale hanno partecipato, eccetto il Movimento 5 Stelle che non è significativo ai fini di questo ragionamento, tre coalizioni: centrosinistra, centrodestra e Lista Monti. Il centrosinistra si è sciolto dopo pochi giorni, avendo Sel all'opposizione e il Pd al governo; il centrodestra si è rotto in due tronconi a cavallo dell'estate con Alfano da una parte e Berlusconi dall'altra; la lista Monti ha visto uscire gli ex democristiani dal partito nello stesso periodo temporale. Quindi a soli sei mesi dalle elezioni gli italiani hanno avuto modo di assistere a un desolante spettacolo: le tre coalizioni hanno richiesto, sulla base di un programma, il voto ai cittadini e questi si sono ritrovati, a pochi mesi dal voto, a non avere più le coalizioni per le quali avevano votato. Il tutto senza che venisse spesa una parola, da parte degli esponenti politici, per chiedere scusa agli elettori che sono stati tecnicamente presi in giro, avendo le tre coalizioni gabbato la fiducia che il 75% dei votanti gli aveva concesso. In America, in Germania, in Inghilterra, in Francia una cosa del genere non potrebbe mai accadere. Prendiamo il caso degli Usa: i Tea Party più radicali avevano rischiato di condurre il paese al default alcuni mesi fa, con una rottura clamorosa rischiata all'interno del partito repubblicano; nonostante questo a nessuna delle due parti in tenzone è venuta l'idea di creare un gruppo parlamentare o senatoriale a parte: se fosse accaduto gli americani avrebbero preteso di tornare alle urne. Qui da noi, nel Belpaese, niente di tutto questo: si chiede il voto su un programma a una coalizione o all'altra e il giorno dopo si rimescolano le carte, nel più grande disinteresse di quello che pensano i cittadini.

La prima riforma da attuare, prima ancora di quella elettorale o del necessario taglio ai costi della politica, sarebbe una riforma morale dei nostri politici, basata sulla serietà e sulla non possibilità di cambio di partito in corsa. Non basta avere una riforma elettorale che ci faccia sapere con nettezza la sera del voto chi ha vinto e chi ha perso: servirebbe una riforma morale e comportamentale che ci faccia sapere che chi ha vinto debba poi governare per tutta la durata della legislatura.

È figlia di questa assenza di morale, infatti, la logica che porta ad avere, nella legge di Stabilità, 200 norme a favore di questo o di quell'altro, che porta al ritiro del Salva Roma per eccesso di clientelismo, che porta il milleproroghe a raccattare tutto quello che si era scartato in un omnibus dal gusto raccapricciante, su cui salgono tutti quelli che hanno amici potenti e conoscono le lobby giuste.

Per non parlare del malinteso senso del federalismo all'italiana, che porta i seguenti paradossi: in Piemonte la giunta targata Lega e centrodestra aumenta le tasse locali e il Pd protesta; mentre invece nel Lazio lo fa la giunta di centrosinistra e la Lega e il centrodestra protestano: ma ai cittadini onesti che pagano le tasse chi pensa?

E andiamo a un esame più ravvicinato di alcune chicche presenti nella legge di Stabilità (o pretesa tale) con alcuni provvedimenti-mancia approvati: 500 mila euro all'Istituto latino-americano, 300 mila all'orchestra «I Virtuosi italiani» di Verona, 200 mila euro per monitorare la spesa per attuazione di opere pubbliche (in Italia si spende anche per tagliare…), 4 milioni di euro per il «monitoraggio dei costi standard», 10 milioni di euro per il completamento della diga foranea di Molfetta (la cui costruzione è già sotto inchiesta della magistratura perché a fronte di un costo previsto di 72 milioni ha già ottenuto finanziamenti per 140 milioni). Ci sono poi 5,5 milioni di euro per l'assunzione di 120 persone per il «monitoraggio dell'utilizzo dei Fondi strutturali della Comunità europea» (come se mancassero le professionalità per un così alto compito tra gli oltre 3 milioni di dipendenti pubblici in essere).

L'elenco potrebbe continuare a lungo, come ha già fatto in un'analisi puntigliosa il deputato Pd Dario Nardella, che ha pubblicato un elenco di «marchette» di ben 11 pagine su internet.

Senza poi pensare, a proposito di costi della politica, che la giunta Polverini della regione Lazio (quella di Franco Fiorito, per intenderci) ha esteso i vitalizi agli assessori in carica anche per una sola legislatura, con una spesa annua di 18 milioni di euro, sempre sulle spalle del contribuente onesto.

E a proposito di tasse diminuite nel 2013, ove mai questa affermazione incauta dei nostri governanti fosse vera, ecco pronta l'amara medicina della rivincita sul contribuente: con l'introduzione delle nuove tasse dal 2014 si stima che ogni contribuente del comune di Roma (comune che applicherà l'aliquota massima) con un reddito annuo di 21.911 euro pagherà 416,3 euro in più per le sole addizionali comunali e regionali e il prossimo 24 gennaio i cittadini dovranno versare la mini rata dell'Imu.

Il deficit sul Pil era il 103% col secondo governo Prodi, il 120,7% col successivo Berlusconi, il 127% col governo Monti e ora è arrivato alla poco invidiabile cifra del 133% col governo Letta-Alfano; infatti l'Europa ha ammonito il nostro paese che non basta essere al di sotto della fatidica soglia del 3%, ma che soprattutto bisogna rientrare dallo squilibrio strutturale tra deficit e Pil attuando una politica di riforme.

Ed ecco tornare la parolina magica che tutti i politici agitano come banderillas davanti al toro: le riforme. Ma, tranquilli, oltre le parole non sembrano proprio intenzionati ad andare, mentre il nostro paese, che pure avrebbe la forza per risollevarsi, come dimostrano i dati della bilancia commerciale del nostro manifatturiero che continua incredibilmente a crescere nonostante tutto, continua ad andare alla deriva, tra una promessa non mantenuta, un po' di fumo negli occhi propagandistico, un rinvio al 2017 allo stop al finanziamento pubblico ai partiti e un sostanziale «tiriamo a campare» .

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