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Lo scontro generazionale è scritto nei numeri

del 17/12/2013
di: Carlo Flamment presidente di Formez PA
Lo scontro generazionale è scritto nei numeri
Il dibattito in corso sulla legge di stabilità, sulla indicizzazione parziale delle pensioni superiore ai 2 o 3 mila euro, non ha valore economico consistente, né per i singoli (mediamente meno di 5 euro/mese) né per lo stato, ma accende i fari su uno dei veri problemi italiani: qual è il reale squilibrio tra le pensioni attuali, calcolate con sistemi legati alle ultime retribuzioni, e quelle future, calcolate sui contributi effettivamente versati, a cui sono soggetti tutti i nati dopo una certa data (praticamente tutti coloro sotto i 50 anni)?

E da qui allargando il discorso all'intera spesa pubblica, nasce l'altro quesito che arrovella le menti di economisti e cittadini, davanti al progressivo declino della nostra economia: il nostro glorioso e costoso sistema di protezione sociale, protegge chi ha bisogno o solo chi è più forte? La crescita vertiginosa della spesa per la sanità e la previdenza ( triplicate dal 1990), che ha compresso istruzione, ricerca, investimenti (diminuite in termini reali nello stesso periodo), che ha raddoppiato il cuneo fiscale (raddoppio di contributi e tasse sul lavoro), con conseguente perdita di competitività, posti di lavoro e motivazione per una intera generazione, ha avuto almeno un effetto sociale di assistenza, equità e di pari opportunità? Purtroppo i dati del bilancio sociale dell'Inps, quelli sulla disoccupazione giovanile, femminile e nei territori, così come i dati sullo scivolamento verso la povertà evidenziano che il nostro costoso sistema di welfare, oltre a pesare sulla competitività accentua gli squilibri, in quanto aumenta proporzionalmente il sostegno a chi ha già condizioni di benessere migliori. Il bilancio sociale Inps ci dice che a fronte di una erosione generale del salario medio e del potere di acquisto delle famiglie(-5% nel 2012, -10% dal 2008), l'unico ammortizzatore sociale in controtendenza negli ultimi anni risulta essere quello delle pensioni di anzianità (in crescita dal 2008, e nel 2012 del 3,1% rispetto al 2011), con medie molto più alte per i maschi con retribuzioni superiori a 5.000 euro. La differenza tra retributivo e contributivo può essere minima, inferiore al 10% nelle pensioni di vecchiaia sotto i 1.200 euro, e arrivare sopra al 40% nelle pensioni di anzianità di 4/5.000 euro (il bonus da «retributivo» varia da 50 euro a 2.500 euro/mese, e grava principalmente sui giovani). Fin qui la fotografia dei dati, che sembra preludere a un inevitabile scontro generazionale, dove gli under 50 trovano profondamente iniquo essere assoggettati a un sistema previdenziale diverso, in cui non contano gli anni lavorati o i contributi versati, bensì il periodo storico in cui hai lavorato; i pensionandi difendono il diritto loro riconosciuto dalla legge che decise lo spartiacque tra i due sistemi. Lo scontro è inevitabile? Sì, se è sui principi; no, se si ragiona con i numeri in mano, per correggere alcuni eccessi. Occorre un'operazione trasparenza in cui ognuno sia consapevole di quale sarebbe il suo assegno in base al sistema contributivo.

Questa operazione consentirebbe di rivedere gradualmente gli squilibri più evidenti (per esempio congelando la rivalutazione se l'extracontributivo supera una certa percentuale o un importo assoluto). Il recupero di risorse, stimato a regime in oltre 10 miliardi di euro/annui, consentirebbe un immediato sostegno a favore di precari e disoccupati; inoltre si aprirebbe la strada a un welfare moderno, orientato a dare reali opportunità a tutti, così rimotivando giovani e lavoratori e avviando in tal modo una spirale virtuosa di competitività e benessere.

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