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No agli ammiccamenti anarchici

del 10/12/2013
di: di Stefano Mantegazza*
No agli ammiccamenti anarchici
Il «made in Italy agroalimentare» è una fondamentale risorsa del paese, sicuramente da difendere con le unghie e con i denti ma nel modo giusto e dalle minacce vere. Bloccare una volta l'anno qualche Tir a un valico di frontiera o portare degli spaesati maialini a passeggio attorno a Montecitorio non mi sembra sia il miglior modo per farlo.

Il prestigio del cibo italiano è minacciato da falsificazioni e imitazioni che lo sviliscono, più che dalla nazionalità delle materie prime utilizzate dalle nostre industrie alimentari; è colpito dal lavoro nero che alimenta un terzo della nostra produzione agricola; è messo in crisi da terreni agricoli inquinati sui quali si continua a produrre.

Il «made in Italy agroalimentare», per fortuna, è ben altro: è soprattutto il «saper fare» che trasforma, insieme al 72% della produzione agricola nazionale, anche materie prime coltivate altrove e vi aggiunge un valore che altrove nessuno è in grado di aggiungere. Il valore dei formaggi o dei nostri salumi nobili dipende dalla capacità dei produttori di selezionare la qualità della materia prima e di lavorarla secondo esperienza e tradizione, più che dal luogo in cui il latte è stato munto o i maiali sono stati allevati. Pasta, torrefazione, dolciumi: i grandi marchi nazionali sono e restano tali per la «qualità italiana» dell'impresa e del lavoro, non per «l'impossibile italianità» di caffè o cacao che in Italia non crescono, dello zucchero che l'Europa non ci permette più di produrre, di grano, latte e carne che mancano alla produzione nazionale.

L'italianità non è una questione di ingredienti: una Ferrari non è meno italiana e meno apprezzata nel mondo solo perché costruita con metalli non estratti negli immediati dintorni di Maranello.

Ciò detto, la Uila è da sempre favorevole alla indicazione obbligatoria in etichetta dell'origine geografica delle materie prime agricole utilizzate nella produzione di alimenti; anzi, pensiamo che le informazioni fornite ai consumatori, prima ancora della geografia, dovrebbero certificare la qualità del lavoro, misurata e garantita dal rispetto di leggi e contratti. Queste maggiori certezze, che vanno conquistate in primo luogo in Europa, non hanno però nulla a che vedere con i «pruriti protezionistici» e gli «ammiccamenti autarchici» sottintesi al blocco dei Tir e alle passeggiate dei suini. L'Italia deve vendere il suo cibo e la sua cultura dell'alimentazione al mondo intero e non solo sotto casa. Deve essere chiaro alla politica e alle istituzioni che qualsiasi forma di «nazionalismo alimentare» porterebbe con immediatezza alla delocalizzazione di grandi imprese, a minori acquisti di prodotti agricoli italiani, alla perdita di molti posti di lavoro.

L'impropria presenza e le improvvide dichiarazioni del ministro dell'agricoltura in carica aggiungono poi, alla vocazione suicida di quel nazionalismo, un consenso istituzionale allarmante. Le produzioni agro-alimentari italiane sono e devono restare una filiera «nazionale e non nazionalista», capace di varcare i confini dei mercati internazionali, non rassegnata a difendere quelli sempre più labili di un mercato domestico troppo angusto.

*segretario generale della Uila-Uil

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