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Una «garanzia» per il lavoro ai giovani

del 07/12/2013
di: Stefano Scabbio
Una «garanzia» per il lavoro ai giovani
Avremo davvero, finalmente, una «garanzia per i giovani» in Europa? Ancora una volta l'effettività del progetto Youth Guarantee dell'Unione europea, che sarà operativo dal 1° gennaio 2014, dipenderà in larga parte dai singoli stati, e, quanto all'Italia, occorrerà finalmente recuperare una vision riformatrice.

Quanto ai dati, ormai sono noti a tutti. I giovani disoccupati under 25 in Europa ammontano a circa 5,6 milioni, con una percentuale del 23,5%, che è il frutto di una percentuale quasi irrisoria in Germania, con picchi invece che superano ampiamente il 50% in Spagna e in Grecia e un considerevole 40,4% in Italia. Un dato che va accoppiato a quello più terrificante dei ben 2.250.000 giovani under 29, che né studiano né lavorano.

In queste condizioni va ascritto a merito dell'intelligente impegno in sede europea di un presidente del consiglio aduso a ben destreggiarsi tra i dossier di Bruxelles, come Enrico Letta, l'aver ottenuto l'anticipazione della vigenza della «garanzia giovani» al 2014 e la sua destinazione esclusivamente ai paesi con i più alti tassi di disoccupazione giovanile, con un budget significativo di 6 miliardi in un biennio (oltre a quelli di maggior durata della Bei e del Fondo sociale europeo per un totale di circa 45 miliardi), supportato in sede europea da un competente ministro del lavoro, abituato al confronto nelle sedi internazionali, come Enrico Giovannini.

Credo di poter dire però che sin qui i nostri esponenti di governo hanno offerto performances migliori a Bruxelles che a Roma.

Quanto infatti alla politica nazionale per l'occupazione giovanile, sostanzialmente sin qui l'azione dell'Esecutivo si è concretata essenzialmente solo nell'incentivazione riservata all'accensione di nuovi contratti a tempo indeterminato.

Ebbene, per un verso, in condizioni di crisi economica, quando, come dicono gli economisti, «il cavallo non beve» , il piccolo o medio imprenditore ci pensa cento volte prima di mettersi in azienda un giovane semisconosciuto illicenziabile.

Per altro verso, l'azione sui diversi gangli del mercato del lavoro tramite riforme incisive mi sembra molto più efficace degli stessi incentivi economici alle assunzioni, come ci ricordano gli stessi organismi economici internazionali, che da tempo ci richiamano all'esigenza di riforme incisive.

Ebbene, l'attuazione della Youth Guarantee, che dovrebbe comportare che ogni giovane entro quattro mesi dal termine degli studi sia avviato all'impiego o a un programma di formazione, dovrebbe essere l'occasione per implementare finalmente alcune di tali riforme, senza le quali non c'è né lavoro né formazione.

Per brevità ne indico solo due.

In primo luogo occorre finalmente por mano a quel vero e proprio colabrodo assistenzial-clientelare che è oggi la formazione professionale, malauguratamente e malamente gestita dalle regioni.

Occorre un nuovo «patto» tra lo stato e le regioni, basato su indirizzi programmatici precisi e nuovi patti a livello regionale tra i governi territoriali e le rappresentanze degli imprenditori, dei lavoratori e degli operatori del mercato del lavoro, perché la formazione professionale sia progettata sulla base dei fabbisogni tendenziali del mercato del lavoro e contempli sempre uno stretto raccordo, tramite stages e tirocini, con il mondo delle imprese.

Ancora più cruciale sarebbe una radicale riforma dei servizi per l'impiego (per la quale, per quanto mi risulta, è in corso un'attenta attività istruttoria da parte del Ministro del lavoro), oggi dispersi in oltre 500 centri pubblici per l'impiego, che mandano al lavoro meno del 2,7 percento degli avviati al lavoro complessivi (!) e sono poco più che passacarte burocratici.

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