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Detenuti, pericolosità da verificare due volte

del 07/12/2013
di: di Antonio Ciccia
Detenuti, pericolosità da verificare due volte
Doppia verifica di pericolosità per il detenuto che, una volta scontata la pena, deve essere sottoposto a una misura di prevenzione, decisa prima della condanna. La Corte costituzionale, con la sentenza 291, depositata ieri, ha dichiarato incostituzionale l'art. 12 della legge 1423/1956, trasfuso nell'art. 15 del dlgs 159/2011. Il caso specifico sul quale si è pronunciata la Consulta, ha riguardato un appartenente al clan dei Casalesi, sottoposto a obbligo di soggiorno, misura questa, però, sospesa perché lo stesso è stato incarcerato per una condanna definitiva, con fine pena tra 15 anni. Con la legge attuale, al momento della cessazione della pena, la misura di prevenzione sarebbe stata applicata automaticamente, salva la possibilità dell'interessato di chiedere la revoca. La Corte costituzionale ha eliminato questo automatismo e ha inserito nell'ordinamento l'obbligo di riesame della pericolosità al momento dell'avvenuta espiazione della sanzione penale. «Il decorso di un lungo lasso di tempo», ha spiegato la Consulta, «può cambiare le persone e, quindi, non può presumersi che rimanga intatta la pericolosità valutata al momento iniziale. È incostituzionale eseguire una misura di prevenzione applicata molti anni prima basandosi sulla valutazione di pericolosità iniziale». La Corte costituzionale ha, quindi, concluso che è illegittima la normativa nella parte in cui non prevede che, nel caso in cui l'esecuzione di una misura di prevenzione personale resti sospesa a causa dello stato di detenzione per espiazione di pena della persona a essa sottoposta, l'organo che aveva adottato il provvedimento di applicazione debba valutare, anche d'ufficio, la persistenza della pericolosità sociale dell'interessato nel momento dell'esecuzione della misura. La sentenza aggiunge che saranno i giudici a dover stabilire casi in cui la reiterazione della verifica della pericolosità sociale potrà essere evitata, a fronte della brevità del periodo di differimento dell'esecuzione della misura di prevenzione: questo il caso, per esempio, in cui la persona alla quale la misura è stata applicata deve scontare solo pochi giorni di pena detentiva.

Contestazioni a catena. Con la sentenza n. 393, depositata il 6 dicembre 2013, la Consulta si occupa di conteggio dei termini delle misure cautelari penali. La pronuncia riguarda la disciplina della retrodatazione del termine iniziale alla prima ordinanza applicativa (per esempio, della custodia in carcere) quando ci sono contestazioni a catena (più fatti tra loro connessi). Il problema sorge quando il giudice non applica la retrodatazione e, allora, l'imputato si rivolge al giudice del riesame. Secondo l'orientamento attuale si può procedere alla correzione solo se le condizioni per il riesame risultano testualmente dall'ordinanza impugnata. Si tratta, però, di un presupposto formalistico, bocciato dalla Consulta. La sentenza in esame ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 309 del codice di procedura penale, in quanto interpretato nel senso che la richiesta della retrodatazione della decorrenza dei termini di durata massima delle misure cautelari è ammessa solo quando tutti gli elementi per la retrodatazione risultino dall'ordinanza cautelare impugnata. Il giudice del riesame deve decidere sulla retrodatazione (e quindi verificare se sono scaduti i termini massimi di durata della misura cautelare), anche quando i presupposti risultano da altri atti o dal fascicolo del procedimento.

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