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Par condicio dei debiti

del 06/12/2013
di: di Debora Alberici
Par condicio dei debiti
Rischia una condanna per bancarotta preferenziale l'amministratore che paga le banche sacrificando Equitalia e dipendenti. È del tutto irrilevante il tentativo di continuare con l'attività imprenditoriale sanando il debito con gli istituti finanziari: gli interessi degli altri creditori non possono essere compromessi. A stabilirlo, la Suprema Corte di cassazione che, con la sentenza n. 48802 del 5 dicembre 2013, ha accolto il ricorso della Procura di Brescia.

L'amministratore di una srl di Brescia, prima, e il liquidatore, poi, avevano pagato prima i debiti con le banche, lasciando a bocca asciutta fisco e dipendenti, quando l'azienda era già insolvente. I manager si erano giustificati sostenendo che la linea imprenditoriale intrapresa era assolutamente necessaria per preservare l'attività. La spiegazione aveva convinto il Gip del Tribunale di Brescia che aveva prosciolto i due. Contro la decisione la pubblica accusa ha, però, presentato ricorso alla Suprema corte sostenendo l'esistenza della bancarotta preferenziale.

La quinta sezione penale lo ha accolto. Ad avviso del Collegio di legittimità, infatti, la bancarotta preferenziale sul piano oggettivo richiede la violazione della par conditio creditorum nella procedura fallimentare e, sul piano soggettivo, la ricorrenza della forma peculiare del dolo, costituito dalla volontà di recare un vantaggio al creditore (o al creditori) soddisfatto, con l'accettazione dell'eventualità di un danno per altri. Tale finalità, inoltre, deve risultare primario interesse perseguito dal debitore, con la conseguenza che, la strategia di alleggerire la pressione dei creditori, in vista di un ragionatamente presumibile riequilibrio finanziario e patrimoniale, è incompatibile con il delitto, soprattutto alla luce della riforma, introdotta dal dlgs 269/2007, dell'azione revocatoria e specialmente dell'art. 67, comma 3, della legge fallimentare.

Dagli atti del caso sottoposto all'esame della Cassazione, è emerso che i pagamenti, in ampia parte intervenuti anche durante la fase liquidatoria e in situazione di insolvenza solo attenuata dalle iniziative con le banche (basti pensare - ricorda la Corte - ai debiti con i dipendenti, 12 mila euro e a quelli con Equitalia, 40 mila), sono stati indirizzati non a colmare passività assistite da titoli con prelazione ma a sanare essenzialmente debiti nei confronti delle banche e senza, peraltro, che siano state rese note le garanzie che assistevano questi ultimi. Di diverso avviso la Procura generale della Suprema Corte di Cassazione che ha chiesto in udienza al Collegio di legittimità di dichiarare inammissibile il ricorso dell'accusa e di confermare quindi il proscioglimento.

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