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Niente più manette facili a chi attende il giudizio

del 29/11/2013
di: Simona D'Alessio
Niente più manette facili a chi attende il giudizio
Niente più «manette facili» per chi è in attesa di giudizio: si finirà in cella soltanto quando risultino inadeguate «altre misure coercitive, o interdittive». E cambiano i presupposti per giustificare la detenzione (il pericolo di fuga, o di reiterazione del reato non sarà più «concreto», ma «attuale»), per i delitti di mafia e terrorismo resta inalterata la presunzione assoluta di idoneità alla prigione. La commissione giustizia di Montecitorio accende il semaforo verde sulla riforma della custodia cautelare (le proposte di legge C 631-980-1707-1807), che approderà in Aula il 9 dicembre. La carcerazione preventiva sarà, pertanto, «una extrema ratio», riferisce la presidente dell'organismo parlamentare Donatella Ferranti (Pd) sostenendo che tale principio andrà di pari passo con «la necessità di tutelare le vittime e la sicurezza dei cittadini nei confronti dei gravi reati».

A decadere sono gli attuali automatismi applicativi, poiché il giudice non potrà più desumere il rischio che una persona possa lasciare il paese, o macchiarsi di nuovo di un crimine, soltanto in virtù della gravità e modalità di quanto commesso: per privare della libertà chi non è ancora alla sbarra, infatti, l'accertamento dovrà comprendere elementi ulteriori, fra cui eventuali precedenti, i comportamenti, e le caratteristiche della personalità dell'imputato. Niente detenzione, né arresti domiciliari, inoltre, quando si ritiene di concedere la condizionale, o la sospensione dell'esecuzione della pena; si allungano, poi, diventando più efficaci, le misure interdittive (come la sospensione della potestà per i genitori, lo stop all'esercizio di un pubblico ufficio, o di un'attività professionale, o imprenditoriale), che passano dagli attuali 2 a 12 mesi. Per una serie di delitti gravi, fra cui l'omicidio, la violenza sessuale e il sequestro di persona, vale una presunzione relativa: nessuna carcerazione, se si dimostra che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altri strumenti. Il tribunale del riesame avrà, infine, 30 giorni per le motivazioni, pena la perdita di efficacia della misura cautelare, e dovrà annullare l'ordinanza, liberando l'accusato, quando il giudice non abbia motivato il provvedimento, o non abbia valutato tutti gli elementi.

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