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Fisco, svalutazioni irrilevanti

del 26/11/2013
di: di Norberto Villa
Fisco, svalutazioni irrilevanti
Il minor valore rispetto al costo dei beni valutati al costo specifico, anche se iscritto in bilancio, non ha rilevanza fiscale. Questo il contenuto della risoluzione 78/E dell'Agenzia delle entrate che offre lo spunto, da un lato, a una interpretazione differente rispetto a quella della prassi, e, dall'altro, ad analizzare il comportamento che dovrebbe essere tenuto dagli organi di controllo. Applicando quanto sostenuto dalla risoluzione, ne consegue, infatti, un obbligo, derivante dall'art. 110 del Tuir, per i verificatori di accertare un maggior reddito nel periodo d'imposta analizzato, ma contemporaneamente (e in modo automatico) un obbligo di riconoscere i maggiori costi nell'annualità successiva (corrispondenti all'incremento del valore delle rimanenze).

L'art. 92 del Tuir. Il caso affrontato, così come desumibile dalla breve sintesi contenuta nell'istanza di interpello, riguardava un immobile a uso abitativo iscritto tra le «rimanenze» e valutato al costo specifico. A causa di diverse situazioni, comprovate da vicende giudiziarie e anche da perizie, il valore di mercato dell'immobile risultava significativamente inferiore al prezzo di acquisto. Il contribuente chiedeva pertanto se la «svalutazione contabile» dell'immobile assumesse rilevanza fiscale ai sensi dell'articolo 92 del Tuir.

La risposta dell'Agenzia è stata decisa affermando che la svalutazione iscritta in bilancio dalla società istante relativamente all'immobile iscritto al costo di acquisto non deve assumere rilevanza ai fini Ires, non essendovi un richiamo specifico nell'art. 92, comma 5 a tale situazione.

Contro tale tesi possono essere riportate le motivazioni che hanno portato l'Aidc, con la norma di comportamento 168, a sostenere la tesi opposta. L'associazione in modo del tutto condivisibile sostiene, infatti, che il mancato richiamo, nell'ambito dell'articolo 92, comma 5, ai beni valutati a costo specifico non preclude che, ai fini della valutazione al termine dell'esercizio, il loro valore debba essere comunque confrontato con il valore di ciascuno di essi, per tale intendendosi il valore a essi oggettivamente attribuibile, applicando, in sede di determinazione del reddito, il minore tra i due importi.

In effetti si potrebbe ritenere che la regola applicabile nel caso di valutazione a costi specifici sia unicamente quella sinteticamente indicata nel primo periodo dell'art. 92, comma 1: ovvero una volta che il comportamento contabile è corretto lo stesso automaticamente assume valore anche ai fini fiscali.

L'art. 110 del Tuir. Dopo la presa di posizione della risoluzione in sede di controllo difficilmente i soggetti incaricati a ciò si discosteranno dalla stessa. Qualora il contribuente dovesse ritenere rilevante fiscalmente il minor valore la rettifica in aumento operata dei verificatori appare certa. Ma allora, lasciando le difese del comportamento in base a quanto sopra espresso alla successiva fase contenziosa, è da sottolineare un altro fatto. La risoluzione lascia chiaramente intendere (e non poteva essere diversamente) che la fattispecie in esame deve essere compresa tra i cosiddetti fenomeni valutativi.

Ma se ciò è vero allora in tale situazione deve trovare applicazione anche il comma 8 dell'art. 110 non sempre opportunamente apprezzato e utilizzato nel corso dei controlli. Lo stesso, infatti, prevede che «la rettifica da parte dell'ufficio delle valutazioni fatte dal contribuente in un esercizio ha effetto anche per gli esercizi successivi. L'ufficio tiene conto direttamente delle rettifiche operate e deve procedere a rettificare le valutazioni relative anche agli esercizi successivi». La norma risulta chiara e non presenta, almeno con riguardo a tale fattispecie, dubbi di natura applicativa. Infatti ,se è vero che il comma 7 dell'art. 92 prevede che «le rimanenze finali di un esercizio nell'ammontare indicato dal contribuente costituiscono le esistenze iniziali dell'esercizio successivo» il riferimento alla rilevanza nell'esercizio successivo solo di quanto dichiarato in quello precedente dal contribuente trova una esplicita deroga nel citato art. 110, comma 8 che se non interpretato in questo modo non avrebbe alcun senso.

D'altra parte la previsione dell'art. 1110 non fa altro che tradurre in un comportamento obbligatorio a carico dell'ufficio quel principio del nostro ordinamento che impone la continuità dei valori fiscali e che pertanto impone che il maggior valore delle rimanenze finali di un anno deve necessariamente tradursi in maggiori costi, a titolo di esistenze iniziali, nell'esercizio successivo.

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