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Scommesse, incostituzionale il tetto del 5%

del 21/11/2013
di: Nicola Tani
Scommesse, incostituzionale il tetto del 5%
La norma che prevede lo sbarramento del 5% alla riduzione delle somme dovute al ministero dell'economia dai concessionari delle scommesse è incostituzionale. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza 275/2013, che ha quindi accolto, limitatamente alle parole «non superiore al 5%», la questione di costituzionalità dell'articolo 10, comma 5, lettera b) del decreto legge numero 16 del 2012, sollevata dal Tar Lazio, chiamato, in decine di casi, a decidere sulla congruità dei provvedimenti con cui Aams aveva richiesto il versamento dell'integrazione dei cosiddetti minimi garantiti per gli anni dal 2006 al 2010, vale a dire le somme «promesse» dagli operatori allo stato per aggiudicarsi le concessioni nelle gare del 2000 indette da Coni e ministero delle finanze. Una partita che vale, per le casse dello stato, qualche decina di milioni di euro. Il cambiamento degli assetti del mercato dei giochi e delle scommesse, condizionato da una crescita esponenziale dei punti vendita, passati dagli originari 800 a oltre 8 mila, e la presenza sul territorio di concorrenti privi di titoli autorizzatori (le agenzie affiliate ai bookmaker esteri) avrebbero però richiesto all'Amministrazione la previsione di «clausole di salvaguardia» a tutela dei concessionari. Secondo la Corte costituzionale, esiste, infatti, una evidente «rottura della consequenzialità logica fra la pretesa di pervenire a un equilibrato riassetto delle prestazioni economiche dei concessionari» e la fissazione del tetto del 5%, prescindendo cioè «da quell'attenta e ponderata valutazione delle mutate circostanze di fatto (i pacifici minori introiti conseguenti all'evoluzione in senso concorrenziale del mercato delle scommesse), che costituiva la premessa indispensabile della determinazione delle modalità di salvaguardia e che rimane non meno indispensabile per l'applicazione del nuovo meccanismo di riequilibrio». Dalla norma impugnata (e anche dagli atti parlamentari), secondo la suprema Corte, «non emergono le ragioni che inducono a ritenere il tetto congruente con l'obiettivo prefissato dallo stesso legislatore, e cioè la riconduzione a equità dei rapporti concessori nel rispetto dei principi di efficienza ed economicità».

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