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Norme antielusive, no a ricorsi

del 19/11/2013
di: di Sergio Trovato
Norme antielusive, no a ricorsi
È inammissibile il ricorso contro il diniego di disapplicazione di una norma antielusiva. Il rigetto di un interpello del contribuente non è un atto autonomamente impugnabile. Lo ha affermato la commissione tributaria regionale di Bari, quinta sezione, con la sentenza n. 75 del 7 ottobre 2013.

Per i giudici d'appello, la risposta a un'istanza d'interpello non comporta «la formalizzazione di alcuna pretesa tributaria». È un semplice contributo interpretativo del fisco cui il contribuente può conformarsi o meno. L'unica forma di tutela dell'interesse del contribuente è quella dell'impugnazione dell'avviso di accertamento emanato «a seguito del mancato adeguamento alle determinazioni contenute nel provvedimento di rigetto dell'istanza di disapplicazione». Secondo la commissione regionale, se così non fosse, potrebbe accadere che la stessa questione venga valutata diversamente in sede di ricorso contro la risposta data all'istanza e di impugnazione avverso l'accertamento, «con evidente violazione del principio del ne bis in idem e con il rischio che si pervenga a giudicati diversi e contrastanti».

Sulla questione si è formato un orientamento giurisprudenziale contrastante. Non c'è uniformità di vedute neppure all'interno della stessa commissione tributaria. Infatti, la commissione tributaria regionale della Puglia, sezione XXII, con la sentenza 1/2012, ha stabilito che il diniego di disapplicazione di una norma antielusiva è impugnabile innanzi al giudice tributario, il quale non deve solo limitarsi ad annullare il diniego, ma può emettere una decisione sulla fondatezza della domanda di disapplicazione e riconoscere l'agevolazione richiesta dal contribuente. Per l'Agenzia delle entrate, invece, non sono impugnabili né le risposte alle istanze di interpello né il diniego in seguito all'istanza del contribuente di disapplicazione di una norma antielusiva (circolare n. 7/2009). La tesi del fisco è in linea con quanto affermato dalla quarta sezione del Consiglio di stato (decisione 414/2009).

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