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Iva, la rivalsa fa la differenza

del 16/11/2013
di: di Franco Ricca
Iva, la rivalsa fa la differenza
Quando l'ufficio accerta che un'operazione doveva essere assoggettata all'Iva, l'importo dell'imposta da recuperare va quantificato aggiungendolo al corrispettivo pattuito dalle parti, se il fornitore può rivalersi sul cliente. In caso contrario, l'imposta deve essere scorporata dal corrispettivo, che va considerato quindi comprensivo del tributo. Queste le indicazioni che emergono dalla sentenza della Corte di giustizia Ue del 7 novembre 2013, C-249/12. Il procedimento incidentale, promosso dai giudizi romeni, attiene a una controversia sorta in seguito a un accertamento notificato dall'amministrazione finanziaria a una persona che, in qualità di privato, aveva venduto alcuni immobili. Ritenendo che le cessioni fossero state effettuate nell'ambito di un'attività d'impresa, il fisco aveva attribuito d'ufficio il numero di partita Iva al venditore, chiedendogli conseguentemente il versamento dell'imposta, calcolando l'ammontare in aggiunta al corrispettivo della compravendita. Nel suo ricorso contro l'accertamento, il contribuente contestava tale modalità di calcolo, indicando fra l'altro che, così facendo, l'imposta avrebbe gravato su di sé e non sull'acquirente, in violazione dei principi generali dell'Iva. Sosteneva infatti che, quando il contratto di compravendita non contiene alcun riferimento all'Iva, l'imposta dovuta dovrebbe essere applicata all'importo pari al prezzo pattuito tra le parti, diminuito del valore totale dell'imposta, di modo che la somma pagata dal compratore copra tanto il prezzo dovuto al fornitore quanto l'Iva. Nutrendo dubbi sulla soluzione da adottare, i giudici nazionali decidevano di sottoporre la questione alla Corte di giustizia, chiedendo di chiarire se, in circostanze del genere, la base imponibile da considerare per il recupero dell'Iva è costituita dal corrispettivo della cessione del bene stabilito dalle parti diminuito dell'aliquota dell'Iva, oppure dal corrispettivo convenuto dalle parti. Nella sentenza, la Corte sottolinea preliminarmente come sia pacifico che i contratti di vendita non contengano alcuna menzione riguardo all'Iva e osserva che il giudice del rinvio non ha precisato se, in base al diritto nazionale, il venditore disponesse o meno della possibilità di recuperare presso gli acquirenti, in aggiunta al prezzo pattuito, l'Iva pagata al fisco in seguito all'accertamento.

Ciò premesso, la Corte ricorda che, secondo le disposizioni della direttiva Iva, il principio del sistema comune consiste nell'applicare ai beni e ai servizi un'imposta generale sui consumi esattamente proporzionale al prezzo degli stessi e che la base imponibile comprende tutto ciò che costituisce il corrispettivo versato o da versare al fornitore da parte dell'acquirente, del destinatario o di un terzo. La base imponibile non deve però comprendere l'Iva. Nelle operazioni a titolo oneroso, dunque, la base imponibile è costituita dal corrispettivo effettivamente ricevuto dal soggetto passivo in contropartita del bene o del servizio fornito, corrispettivo che rappresenta il valore soggettivo, ossia il valore realmente percepito e non un valore stimato secondo criteri oggettivi. Nel sistema comune, inoltre, l'Iva mira a incidere soltanto il consumatore finale. Dai principi menzionati, prosegue la sentenza, discende che quando un contratto di compravendita è stipulato senza alcuna menzione riguardo all'Iva, qualora il fornitore, secondo il diritto nazionale, non possa recuperare presso l'acquirente l'imposta successivamente riscossa dal fisco, assumere il prezzo complessivo come base sulla quale applicare l'Iva farebbe gravare l'imposta sul fornitore, in contrasto con il principio che pone l'imposta a carico del consumatore finale. Questo non accadrebbe se invece il diritto nazionale permettesse al fornitore di recuperare dal cliente, in aggiunta al prezzo concordato, l'imposta pagata all'erario in seguito all'accertamento (come avviene nell'ordinamento italiano dopo le modifiche che il dl n. 1/2012 ha apportato all'art. 60 del dpr 633/72). La Corte conclude quindi che la direttiva si interpreta nel senso che «qualora le parti abbiano stabilito il prezzo di un bene senza menzionare nulla riguardo all'Iva e il fornitore di tale bene sia la persona tenuta a versare l'Iva dovuta sull'operazione imponibile, il prezzo pattuito, nel caso in cui il fornitore non abbia la possibilità di recuperare dall'acquirente l'Iva riscossa dall'amministrazione tributaria, deve essere considerato come già comprensivo dell'Iva».

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