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Cambiano i governi, non la spesa pubblica

del 13/11/2013
di: Francesco Cerisano
Cambiano i governi, non la spesa pubblica
Dodici governi di colore politico diverso in vent'anni di storia repubblicana (dal 1991 al 2011), non sono riusciti ad invertire l'inarrestabile crescita della spesa pubblica che aumenta ogni anno dell'1%. E per di più in modo poco virtuoso. A crescere infatti non è, come dovrebbe, la spesa in conto capitale (investimenti) ma quella corrente, ossia quanto lo stato e la p.a. centrale e locale pagano per mantenere i propri apparati. E mentre si gonfia di anno in anno la spesa sanitaria, l'istruzione continua a perdere risorse. Tanto che ogni euro guadagnato dalla sanità ne toglie uno alla ricerca, alla scuola e all'università. È un duro atto d'accusa quello che l'ex ministro Piero Giarda (ordinario di scienza delle finanze alla Cattolica di Milano) lancia ai politici degli ultimi vent'anni. L'occasione è un convegno organizzato all'Università Bocconi dall'Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Milano. Si parla di spending review e della corrispondenza biunivoca tra «spendere meno e spendere meglio». Ma soprattutto del ruolo che i commercialisti possono giocare per aiutare gli enti pubblici a essere più virtuosi e più trasparenti.

Giarda inchioda, numeri alla mano, tutti i governi che si sono succeduti dal 1991 al 2011 e che sembrano essere stati guidati «da una stessa mano invisibile». Esecutivi molto diversi dal punto di vista politico e istituzionale, ma estremamente simili per non aver posto alcun freno alla crescita della spesa pubblica e della pressione fiscale. Gli otto governi che hanno retto l'Italia dal 1991 al 2001 e i quattro che si sono alternati dal 2001 al 2011 hanno tutti fatto crescere la prima dell'1% annuo e la seconda di 1,90 punti percentuali di pil. Con il risultato che il peso del fisco è passato dal 42,8% nel 1991 al 44,7% nel 2001 fino al 46,61% nel 2011. E con esso sono cresciuti in modo esponenziali gli adempimenti a carico di cittadini e imprese. «Oggi una pmi italiana è soggetta a 70 scadenze fiscali, in media una ogni tre giorni lavorativi», ha sottolineato Alessandro Solidoro, presidente dell'Odcec di Milano secondo cui «l'emergenza fiscale sarà la vera emergenza dei prossimi anni».

Logico, dunque, che professionisti e accademici si interroghino su come invertire la rotta per il futuro. Giarda insiste su due punti: rivedere il dogma del rapporto deficit/pil al 3% che, a suo parere, dovrebbe essere rinegoziato con l'Ue perché non tiene conto delle diverse realtà locali. E poi accelerare sull'individuazione di benchmark efficienti per valutare le performance delle amministrazioni. Un originale modello di rendicontazione è stato proposto da Giovanni Valotti, ordinario di economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche all'Università Bocconi e autore assieme a Greta Nasi e Giorgio Giacomelli di una ricerca, realizzata per l'Odcec di Milano. Lo studio propone un modello di valutazione delle performance (già ampiamente diffuso nel mondo anglosassone ma scarsamente considerato in Italia) basato su 5 indicatori: livello di attuazione della strategia, stock di servizi offerti alla collettività, stato di salute (finanziaria e organizzativa) dell'ente, impatto delle politiche locali sull'ambiente di riferimento e infine benchmarking, ossia comparazione con altri enti che svolgono attività simili in ambiti territoriali diversi. Uno schema semplice che, secondo Valotti, «avrebbe il vantaggio di allineare le p.a. italiane alle migliori esperienze internazionali oltre a consentire tagli ragionati di spesa». E proprio sull'esigenza di evitare riduzioni di risorse attuate in modo indiscriminato hanno puntato l'attenzione Elio Borgonovi dell'Università Bocconi e Luigi Giampaolino, presidente emerito della Corte dei conti. Per entrambi, ai tagli lineari bisogna sostituire una spending review concordata con le singole amministrazioni e che non penalizzi gli investimenti in ricerca, cultura, trasporti e ambiente.

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