Consulenza o Preventivo Gratuito

Capitali all'estero in regola. Ora

del 13/11/2013
di: Pagina a cura di Valerio Stroppa
Capitali all'estero in regola. Ora
La voluntary disclosure è già possibile. Con uno sconto sulle sanzioni accordato dall'amministrazione finanziaria che può arrivare fino al 50% del minimo di legge. In attesa che la legge di Stabilità o un provvedimento amministrativo mettano a punto la nuova campagna di regolarizzazione dei capitali detenuti all'estero in violazione delle norme sul monitoraggio fiscale, i contribuenti possono comunque attivarsi (si veda ItaliaOggi del 26 aprile 2013). Ad ammetterlo è stata la stessa Agenzia delle entrate con la circolare n. 25/E del 2013, che ha dato mandato all'Ucifi (l'ufficio centrale contro gli illeciti fiscali internazionali guidato da Antonio Martino) di attivare in via sperimentale «attività volte alla volontaria disclosure di attività economiche e finanziarie illecitamente detenute all'estero da contribuenti nazionali». Ma quanto può costare mettersi in regola? «È molto difficile generalizzare, ma in linea di massima il costo può variare intorno al 10-12%, anche meno se le somme sono localizzate in paesi white list», afferma Guglielmo Maisto, professore di diritto tributario internazionale comparato all'università Cattolica di Piacenza, intervenuto ieri a Milano al convegno organizzato da Farad International, «in ogni caso cifre sensibilmente inferiori rispetto alle percentuali ipotizzate in un eventuale accordo Rubik sottoscritto dall'Italia (20%, ndr)». La procedura è sempre stata accessibile, ma rispetto al passato oggi lo sforzo di trasparenza può essere più conveniente. «Da un lato opera la riduzione delle sanzioni sul monitoraggio disposta dalla legge europea 2013», sottolinea Maisto, «dall'altro c'è la recente prassi dell'Agenzia delle entrate, che ha iniziato ad applicare una norma scarsamente utilizzata finora che consente una riduzione delle sanzioni tributarie fino al 50%». L'articolo 7 del dlgs n. 472/1997, infatti, attribuisce tale facoltà agli uffici «qualora concorrano eccezionali circostanze che rendono manifesta la sproporzione tra l'entità del tributo cui la violazione si riferisce e la sanzione». Fattori che rappresentano di certo un incentivo all'autodenuncia, ma per rendere pienamente appetibile la disclosure è necessario l'ombrello penale. «Il legislatore avrà due alternative. O prevedere l'esclusione della punibilità, come avvenuto per lo scudo, oppure introdurre una esimente che sarà valutata poi di volta in volta dalla procura di turno», replica Maisto, «va però tenuto in considerazione che il superamento delle soglie penali non è automatico, anche in presenza di patrimoni di una certa consistenza, sia per via delle sanzioni ridotte sia perché negli ultimi anni i rendimenti degli investimenti finanziari (su cui calcolare le imposte evase, ndr) sono stati contenuti». Restano comunque tanti i temi aperti. Per esempio il fatto che la disclosure dovrà essere piena e non parziale (come invece lo scudo). Ciò costringerà gli interessati a ricostruire l'intera vita dei capitali all'estero, recuperando contratti, estratti conto e documentazione per un periodo fino a dieci anni. «Per rendere conveniente la procedura per i patrimoni più piccoli dovrebbero essere previsti degli snellimenti», chiosa il professore, «come pure semplificazioni nelle modalità di calcolo dei redditi, perché la determinazione analitica risulterebbe lunga e costosa». Senza tralasciare la questione delle procure sui conti esteri, che sarebbero sanzionabili ai sensi delle norme sul monitoraggio al pari del titolare. Sul punto, però, va sottolineato che l'Agenzia tende a irrogare le sanzioni solo nel caso di deleghe «attive», cioè laddove la procura sia stata effettivamente esercitata.

© Riproduzione riservata

vota