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Tornare alla service tax

del 06/11/2013
di: di Corrado Sforza Fogliani*
Tornare alla service tax
La legge di Stabilità ha profondamente deluso gli operatori immobiliari. Con lo stravolgimento della service tax delineata ad agosto (e la sua trasformazione in una elementare patrimonialina) si è abbandonata ogni possibile ipotesi di federalismo competitivo fra enti impositori (e quindi, ogni spinta al miglioramento dei servizi e all'abbassamento dei costi). Lo stravolgimento in questione ha portato con sé l'estensione e la conferma senza limiti temporali delle rendite Monti (cioè una pressione fiscale spropositata). Gli effetti non tarderanno a farsi sentire. Dalla legge di Stabilità ci si attendeva che i segnali di ripresa (che c'erano) venissero consolidati e invece si è consolidata solo una fiscalità che è la causa prima dell'attuale, persistente blocco del mercato. La depressione ha cominciato a manifestarsi quando si è insistentemente preso a parlare di patrimoniale. Si è accentuata con la smodata pressione fiscale varata a dicembre 2011 e si è ulteriormente aggravata quando è stato colpito a morte anche il settore dell'affitto. L'attuale governo all'inizio ha dato al mercato segnali in controtendenza (a aprile, nelle dichiarazioni del presidente del consiglio alle camere, con il manifestato proposito di agevolare le locazioni). A fine agosto questi segnali sono stati confermati, avvalorando un generale convincimento. L'abolizione dell'Imu sulla prima casa, l'agevolazione fiscale per il sistema locativo della cedolare secca, la decisione di sostituire un'imposta sostanzialmente patrimoniale con una tassa collegata ai servizi, la rinuncia a colpire le case (involontariamente) sfitte, l'apertura a un catasto costruito nel contraddittorio delle parti hanno fatto il resto. Ma con la legge di Stabilità l'incoraggiamento si è bruscamente interrotto. Occorre riprendere la strada giusta. Va ulteriormente valorizzato (a cominciare dal Senato, prima camera a occuparsene) l'aspetto dinamico della proprietà edilizia, va abbandonato il favore per la finanza rispetto all'investimento immobiliare della proprietà generalizzata (favore che, si è visto, ha creato solo disastri), deve prendersi atto che il ritornello di favorire solo «imprese e lavoro» ha fatto il suo tempo perché ogni investimento crea (e dà) lavoro, va solennemente riaffermato che la ricchezza non è tale se non può essere realizzata sul mercato (come, in questo momento storico, accade agli immobili), non deve patire eccezioni il civile principio, stabilito anche dalla nostra Costituzione, ma praticato solo dalla Germania, con risultati che si vedono, che un bene non può essere colpito oltre il reddito che produce, pena la sensazione che si intenda procedere a un esproprio surrettizio generalizzato e a una ridistribuzione reddituale a esclusivo favore dei finanzieri, dei burocrati dagli alti stipendi e così via e a solo carico della proprietà diffusa della casa (le agevolazioni, 500 milioni all'anno, di certi tipi di società immobiliari e dei Fondi, non sono state toccate). Per riavviare il mercato immobiliare il problema centrale è quello di ridare una redditività alle locazioni, sulle quali si basa l'investimento immobiliare diffuso. Il campo d'azione della cedolare secca va ampliato, le locazioni abitative, e soprattutto quelle a uso diverso dall'abitativo, vanno sottratte a regole non più al passo con i tempi, che hanno anchilosato il settore. Aprendo a un vento di libertà, in ispecie, le locazioni piccolo industriali, artigianali e commerciali (di cui Monti invocava una liberalizzazione accelerata 15 anni fa) si porrà fine alla moria di aziende (136 chiusure al giorno nel settore commerciale negli ultimi 18 mesi) e si favorirà il ricambio generazionale, ora impedito da durate contrattuali di 12 o 18 anni. Il documento del governo «Destinazione Italia» va nella giusta direzione, ma va corretto: è la piccola imprenditoria che oggi patisce il problema delle lunghe durate, la proprietà non può favorirne la ripresa con canoni agevolati se le locazioni hanno obbligatoriamente durate inconcepibili in una società dinamica, globalizzata. L'investimento estero (che il governo vuole giustamente favorire) non sente il problema, i grandi centri commerciali e gli headquarter aziendali sono semmai dissuasi dall'intervenire in città desertificate dalla chiusura di empori di ogni genere e grandezza. Quella che va cancellata, e nonostante qualsiasi suggerimento venga dall'Europa (della finanza), è la sensazione che l'Italia sia l'unico Paese a non agganciare la ripresa perché è rimasto il più sovietizzato. Anche nelle locazioni d'impresa. Sono tutti campi e temi sui quali la legge di Stabilità non incide, o incide negativamente. Va urgentemente corretta.

*presidente Confedilizia

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