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Abiti religiosi senza divieti

del 23/03/2010
di: di Enrico Santi
Abiti religiosi senza divieti
La condanna penale per chi indossa in luogo pubblico vestiti e simboli religiosi contrasta con l'art. 9 della convenzione per la salvaguardia per i diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo con la sentenza del 23 febbraio 2010 (procedimento n. 41135/98, Ahmet Arslan e altri c. Turchia). Nel 1986 alcuni fedeli della comunità religiosa di ispirazione islamica Aczmendi, guidata da Müslim Gündüz, si riunirono ad Ankara per una cerimonia religiosa, vestendo in luoghi pubblici la caratteristica tunica nera e il copricapo. Furono fermati, arrestati e poi condannati per aver violato le leggi turche relative all'uso del cappello e degli abiti religiosi. In seguito al ricorso, la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato la Turchia, sentenziando che, nello specifico, senza la concreta e puntuale dimostrazione dell'esigenza di salvaguardare l'ordine e la pubblica sicurezza, le restrizioni all'uso dei vestiti con connotazione religiosa in luoghi pubblici costituiscono una manifesta violazione della libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo tutelata dall'art. 9 della convenzione del 4 novembre 1950. Prendendo spunto proprio da tale sentenza, il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Thomas Hammarberg lo scorso 8 marzo ha diffuso un comunicato con il quale ha evidenziato che l'introduzione nell'ordinamento giuridico degli stati di norme finalizzate a proibire di indossare il burqa, il niqab o altri indumenti religiosi (recentemente oggetto di acceso dibattito politico in Francia) porrebbe seri ed evidenti problemi di compatibilità, oltreché con il citato art. 9 sulla libertà di pensiero e religione, anche con l'art. 8 sul rispetto della vita privata e familiare. In questo campo, le norme restrittive non contribuirebbero a «liberare» le donne da un'imposizione, ma, anzi, contribuirebbero a isolarle maggiormente nel contesto culturale in cui vivono. Secondo il commissario Hammarberg le limitazioni all'uso dei vestiti religiosi in luoghi pubblici sono legittime solo se dirette ai dipendenti pubblici, che non devono manifestare un interesse religioso di parte; invece, i divieti imposti ai singoli cittadini sono inconciliabili con il diritto internazionale ed estranei ai valori della cultura europea.

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