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Un paese ricco di Giacimenti

del 31/10/2013
di: La Redazione
Un paese ricco di Giacimenti
Pubblichiamo ampi stralci della relazione di Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere, alla 138° assemblea dei presidenti delle camere di commercio italiane del 28 ottobre 2013

La violenza con la quale la tempesta della crisi si è abbattuta sull'Italia ha fatto vacillare molte nostre certezze, lasciando spazio a un diffuso sentimento di scoraggiamento sulle sorti future del paese.

Nonostante tutte le previsioni, anche le nostre, sembrino indicare più chiari segnali di ripresa per l'ultima parte di quest'anno e la prima del 2014, il bollettino della crisi continua a macinare indicatori impietosi.

I disoccupati hanno raggiunto la cifra record di 3 milioni e 127 mila, quasi 400 mila in più rispetto a un anno fa e 1 milione e 400 mila più dell'autunno del 2008.

Le famiglie versano in difficoltà sempre più gravi. Mentre aumentano le differenze sociali.

Tutto questo è stato generato da una crisi finanziaria nata fuori dall'Italia, ma è anche il frutto del rigore di bilancio che ci viene imposto da regole europee poco lungimiranti e delle difficoltà del sistema produttivo.

Nei primi nove mesi del 2013 sono fallite 8.900 aziende, il 6% in più dello stesso periodo del 2012. Mentre gli impieghi delle banche verso le imprese si sono ulteriormente ridotti del 5% nell'ultimo anno.

Dati da bollettino di guerra che, comprensibilmente, possono gettare nello sconforto. Tanto che sono in molti a credere che l'Italia sia proiettata verso un inevitabile destino di marginalità nel panorama mondiale.

A questo sentimento noi, però, non vogliamo cedere. Perché crediamo che l'Italia abbia energie e talenti sui quali contare per riscattarsi.

Una consapevolezza che abbiamo acquisito stando in questi anni in prima linea sui territori accanto alle imprese per accompagnarle, nonostante le difficoltà, lungo il tortuoso cammino della crescita.

Perché da questo speciale punto di osservazione abbiamo saputo leggere e interpretare, credo con occhi svegli e senza preconcetti, i profondi cambiamenti nati nei territori per reagire alla recessione.

E da questa metamorfosi abbiamo visto riemergere in chiave moderna un modello di sviluppo sostenibile tutto italiano, nel quale innovazione e benessere si abbinano alla coesione sociale.

Si tratta di un modello originale che abbiamo sin da subito aiutato a farsi strada, perché punta diritto al cuore della nostra identità, della nostra storia.

È capace in definitiva di valorizzare quell'«Italian lifestyle» che il mondo guarda con ammirazione e desidera acquistare. Un modello che fonda le sue basi sul patrimonio di imprenditorialità diffusa del nostro paese che, dalle imprese familiari al non profit, ha le sue radici nel territorio ma sa guardare al mondo.

E per questo stiamo operando affinché diventi l'architrave sul quale le nostre imprese possono costruire la competitività.

Molte realtà imprenditoriali italiane l'hanno già fatto. È anche grazie a loro, che ora possiamo dire di essere tra i primi cinque paesi al mondo per saldo commerciale.

E, nonostante la crisi, dall'autunno del 2008, il fatturato delle nostre produzioni manifatturiere è cresciuto all'estero più di quello tedesco e francese.

L'Italia, dunque, non è una delle vittime della globalizzazione, come molti pensano. Anzi. Ha trovato, nella dimensione della crescita sostenibile, la forza e l'abilità di sintonizzarsi su nuove frequenze per intercettare i fabbisogni emergenti del mercato. E ha dimostrato di saper costruire non solo valore aggiunto nelle filiere tradizionali del made in Italy ma anche sviluppare nuove specializzazioni.

Ridisegnando così la geografia di un nuovo made in Italy fatto di creatività, tecnologia, rispetto dell'ambiente senza rinunciare all'innata capacità di creare bellezza e qualità.

Dall'osservazione di questa realtà emerge quindi il volto di un paese al quale, nonostante le indubbie difficoltà, dobbiamo guardare ancora con orgoglio, per ripensare con più fiducia e speranza al nostro futuro.

* * *

Le camere di commercio italiane in questi anni di crisi hanno fatto uno sforzo supplementare per sostenere lo sviluppo e la competitività delle nostre aziende, soprattutto di quelle più piccole che maggiormente risentono di questa difficile fase economica. E per rendere più incisiva la nostra azione, Unioncamere ha potenziato attività e indirizzi comuni facendo sempre più sistema.

Ed è dunque anche grazie al nostro aiuto se le imprese hanno dimostrato di poter reagire alla tempesta della crisi.

Ma è necessario che questa naturale vocazione all'imprenditorialità, alla qualità, venga ora accompagnata da un quadro di politiche economiche che faccia perno sul patrimonio manifatturiero, turistico, enogastronomico, culturale, ambientale di cui disponiamo.

È da qui che occorre ripartire. Da questa via tutta italiana alla green economy che fa «della bellezza un fattore produttivo determinante e della cultura, sposata alle nuove tecnologie, un incubatore d'impresa».

Noi ci crediamo. E l'abbiamo messo nero su bianco in un manifesto presentato nei giorni scorsi con i nostri amici di Fondazione Symbola e Fondazione Edison, per portare l'Italia «Oltre la crisi». Su questi punti stiamo raccogliendo un consenso crescente da parte dei principali attori dello sviluppo economico.

È con il loro aiuto che è possibile costruire una nuova politica industriale che sia in grado di guardare lontano, ponendo le basi di una riscossa.

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La legge di stabilità va nella giusta direzione ma è migliorabile. E governo insieme al parlamento si adopererà, ne sono certo, per trasformarla in uno strumento di sviluppo.

Ci sono, infatti, questioni cruciali che attendono risposte immediate e incisive.

A partire dall'allarmante stretta creditizia che rischia di mettere in ginocchio un numero sempre più elevato di aziende.

Le crisi vanno prevenute. Se l'imprenditore ha un problema di liquidità, la banca non può e non deve staccare la spina.

Per il sistema bancario la legge di Stabilità prevede importanti agevolazioni fiscali relative alla deducibilità delle svalutazioni su crediti. È necessario ora che questi benefici ricadano sulle condizioni di accesso al credito delle piccole e medie imprese.

Quelle meritevoli perché esportano, perché producono innovazione e qualità o perché rappresentano una fondata speranza di futuro per i giovani.

Va tirato il freno a mano della spesa pubblica, per liberare risorse da investire nello sviluppo. Occorre che intervenga lo stato a fissare i paletti, quando il singolo territorio non è in grado di regolare la spesa.

Sul fronte del lavoro bisogna portare avanti misure più coraggiose che incentivino l'occupazione, in particolare quella giovanile, anche attraverso l'autoimprenditorialità.

La rete delle camere di commercio appare la candidata naturale a garantire un intervento «ordinario» di servizi per sostenere l'autoimpiego e la nascita di nuove imprese.

La politica fiscale deve spingere l'acceleratore verso un sistema più equo e sostenibile, che sia in grado davvero di alleggerire la tassazione sul lavoro.

Incidere sul cuneo fiscale va bene, ma non basta. Occorre intervenire al più presto anche su una rimodulazione dell'Irpef. Serve, inoltre, l'azzeramento dei contributi sociali per chi assume un disoccupato, almeno nel primo anno.

Solo questo combinato disposto può dare concretamente una boccata di ossigeno alle famiglie e stimolare i consumi.

Sono questi tutti interventi necessari e improcrastinabili. Ma non potremo avere una vera rinascita senza un alleggerimento del peso della nostra macchina burocratica. Senza un ripensamento del welfare: dal sistema educativo a quello sanitario, dall'assistenza alle persone non autosufficienti all'invecchiamento attivo. Senza una rete infrastrutturale più efficiente che aiuti a tagliare le distanze con l'estero. Senza un impianto che favorisca l'inclusione sociale e combatta l'illegalità.

Su tutti questi temi dunque il sistema camerale si sta muovendo con progetti innovativi. E siamo pronti a mettere il frutto del nostro lavoro al servizio del governo per rimettere in moto l'Italia. Dal credito all'internazionalizzazione dalla semplificazione all'innovazione.

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Oggi abbiamo voluto che a parlare fosse soprattutto la nostra idea di Italia del futuro.

Quella che può essere ancora protagonista di grandi successi nella sfida della competizione globale.

A patto che sappia valorizzare la sua storia, le sue migliori risorse, i suoi tanti talenti, in una parola i suoi «Giacimenti», per creare ricchezza economica attraverso il benessere sociale.

Nella revisione della nostra Carta costituzionale occorre dunque sviluppare questa idea, facendo in modo che la «democrazia economica» occupi un posto di rilievo. Senza di essa non potrà mai esserci una «vera» democrazia.

E per questo è necessario costruire un richiamo nella Costituzione a istituzioni del mercato forti e autorevoli, valorizzando sui territori le autonomie funzionali, cioè le camere di commercio.

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