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Contribuente: buona fede da provare

del 19/10/2013
di: Debora Alberici
Contribuente: buona fede da provare
Il contribuente è punibile per evasione fiscale solo se sussiste il dolo nel superamento delle soglie di punibilità sancite dal dlgs 74 del 2000. L'accusa cade nel caso in cui l'imputato riesca a provare di non aver avuto coscienza di aver varcato il limite. È quanto affermato dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 42868 del 18 ottobre 2013. Una motivazione, quella depositata dalla terza sezione penale che, se da un lato appare favorevole ai contribuenti, dall'altro introduce un onere della prova piuttosto pesante. Infatti, gli Ermellini hanno dato ragione sulla carta all'imprenditore accusato di dichiarazione fraudolenta, ma hanno comunque reso definitiva la condanna in quanto l'uomo non è riuscito a dimostrare la sua buona fede. Per il Collegio di legittimità le soglie di punibilità hanno natura di elementi costitutivi del reato così definiti sia dalla relazione governativa di accompagnamento al dlgs n. 74/2000, sia dalla recente sentenza n. 37424/2013 delle Sezioni unite penali. Inoltre, la tesi appare conforme al criterio interpretativo del favor rei. Da ciò deriva inoltre che le soglie di punibilità devono essere investite dal dolo, come pure precisa la citata relazione governativa. In questo caso la condanna è però stata confermata da Piazza Cavour perché il contribuente avrebbe dovuto fornire precisi elementi per condurre all'esclusione del dolo, inteso come coscienza e volontà del superamento delle soglie di punibilità, ma nel ricorso non c'è alcun elemento in tal senso, non essendo sufficiente una mera enunciazione di principio e un generico richiamo alle «circostanze documentali e dichiarative» emerse durante gli interrogatori sostenuti davanti al pubblico ministero e nel corso dello svolgimento dell'incidente probatorio.

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