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Soci amministratori vessati

del 19/03/2010
di: di Rosario D'Aponte
Soci amministratori vessati
Il nostro ordinamento giuridico riconosce alla Corte di cassazione una funzione nomofilattica nella doppia direzione di dare attuazione alla legge nel caso concreto e di fornire indirizzi interpretativi «uniformi» spinta dall'esigenza primaria di garantire la certezza del diritto.

In tale ottica la decisione assunta dalle Sezioni unite civili della Suprema corte con sentenza n. 3240 del 12/1/2010 scrive l'atto conclusivo della ormai annosa questione della doppia contribuzione richiesta dall'Istituto nazionale della previdenziale sociale nei confronti del socio lavoratore che oltre a svolgere l'attività commerciale in azienda riveste anche la carica di amministratore.

La querelle, come ricorda la puntuale ricostruzione storica della sentenza, nasce con l'obbligo di iscrizione alla Gestione separata, di cui alla legge 335/95, con la quale al fine di raggiungere la «universalizzazione delle tutele» si estende la copertura assicurativa anche a coloro che esercitano abitualmente, anche in modo non esclusivo, un'attività di lavoro autonomo di cui al comma 1 dell'art. 49 T.u. 917/86.

Fu subito evidente, tuttavia, la presenza di elementi tipici della gestione separata non comuni alle gestioni tipicamente previdenziali: la contribuzione non segue il criterio di competenza ma quello di cassa; l'anzianità contributiva non è legata al periodo di lavoro; non esiste un minimale contributivo. Tutto ciò, viene evidenziato nella sentenza in esame, induce a qualificare i conferimenti alla gestione separata più che dei veri contributi di natura previdenziale, una vera e propria «tassa aggiuntiva su determinati tipi di reddito», smascherando perciò la vera finalità del legislatore dell'epoca che era quella di «fare cassa e di costituire un deterrente economico all'abuso di tali forme di lavoro».

Fatte queste premesse, la Corte ribadisce che proprio la creazione della gestione separata conferma il principio generale (peraltro già esistente per altre categorie come i pensionati, i dipendenti o i professionisti già iscritti ad altre Casse) in base al quale ad una duplice attività lavorativa corrisponde una duplicità di iscrizione assicurativa che non crea duplicazione di contributi perché ciascuna obbligazione contributiva viene parametrata sulla base di distinti compensi percepiti e sottoposti ad aliquote diverse.

La disciplina previdenziale dei lavoratori autonomi è stata poi modificata dalla Legge 23/12/1996 n.662, che ha introdotto due disposizioni che interessano le sole attività commerciali. La prima, art. 1 comma 203, modifica, ritoccando la normativa degli anni 70, i requisiti di iscrizione alla gestione commerciale; prevedendo che i soggetti iscrivibile alla gestione commercianti:

«a) siano titolari o gestori in proprio di imprese che, a prescindere dal numero dei dipendenti, siano organizzate e/o dirette prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti la famiglia…; b) abbiano la piena responsabilità dell'impresa ed assumano tutti gli oneri ed i rischi relativi alla sua gestione. Tale requisito non è richiesto per i soci di società a responsabilità limitata; c) partecipino personalmente al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza;» Grazie a questa disposizione viene, di fatto, estesa obbligatoriamente l'iscrizione alla gestione commerciante anche al socio di società a responsabilità limitata operante nel settore commercio. In tal modo si è voluto evitare che, dietro il paravento della struttura societaria, fosse sottratta alla contribuzione previdenziale la prestazione lavorativa resa dal socio con le stesse modalità del titolare della ditta individuale commerciale.

In presenza di tale disposizione e in applicazione della ricordata regola generale per cui lo svolgimento di attività diverse, entrambe coperte da assicurazione previdenziale, comporta la duplicità di iscrizione, il socio di società commerciale che svolge anche attività di amministratore dovrebbe essere iscritto obbligatoriamente a entrambe le gestioni previdenziali, quella dei commercianti e quella della gestione separata.

Ma, il successivo art. 1 comma 208 legge 662/96, introduce una disposizione speciale in caso di pluralità di attività. Prevede, infatti che «qualora i soggetti di cui ai precedenti commi esercitino contemporaneamente, anche in un'unica impresa, varie attività autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia e i superstiti, sono iscritti nell'assicurazione prevista per l'attività alla quale gli stessi dedicano personalmente la loro opera professionale in misura prevalente. Spetta all'Istituto nazionale della previdenza sociale decidere sull'iscrizione nell'assicurazione corrispondente all'attività prevalente».

La prevalenza prevista dalla disposizione si riferisce alle varie attività che il soggetto può svolgere, nell'esercizio di una o più imprese e richiede un giudizio di comparazione tra tali attività al fine di stabilire quella prevalente e di conseguenza la sola gestione per la quale ricorre l'obbligo contributivo.

La disposizione ha carattere speciale in quanto la regola della prevalenza va applicata ai soli soggetti che gestiscono, da soli o quali soci, una società commerciale. Quindi, il principio della prevalenza di cui al comma 208, non trova applicazione quando la pluralità di attività autonome non investe la gestione commercianti, o quando pur essendo un'attività commerciale sia resa nella forma della società per azioni

La sentenza della Corte di appello cassata dalla Suprema corte riguardava l'ipotesi (assai comune e oggetto di un numerosissimo contenzioso dell'Istituto) di un socio-amministratore di srl regolarmente iscritto alla gestione separata che l'Inps aveva iscritto di ufficio anche alla gestione commercianti.

Dal momento che alla luce dell'applicabilità dell'art. 1 comma 8 legge 662/96 è l'Istituto a dover decidere sull'attività prevalente indagando (il che esclude sicuramente l'iscrizione di ufficio) sulle reali prestazioni rese dal socio, risulta quanto mai opportuno cercare di indicare quegli elementi che, di norma, servono a distinguere, in capo al socio di società commerciale, l'attività propria di amministratore da quella di partecipazione personale e prevalente al lavoro aziendale.

Secondo il giudizio della Corte suprema, e anche in ciò discostandosi da quello espresso della Corte territoriale nella sentenza impugnata, il compito dell'amministratore non si esaurisce nel compimento di soli atti giuridici, dacché è a lui affidata la gestione della società che assume quindi anche un contenuto imprenditoriale laddove egli si occupi dell'organizzazione e del coordinamento dei fattori produttivi, assuma decisioni e le ponga in esecuzione. Ma questi elementi «imprenditoriali» tipizzanti l'attività dell'amministratore, si differenziano da quelli richiesti, ex art. 1 comma 1 legge 622/96, per l'iscrizione del socio alla gestione commercianti. Infatti, l'elemento fondamentale posto dal Legislatore alla base della protezione assicurativa del socio lavoratore è dato dall'espletamento di attività lavorativa abituale, nel suo momento esecutivo risultando tale impegno personale prevalente all'interno dell'impresa.

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