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È frode fare shopping estraneo all'attività svolta

del 11/10/2013
di: di Debora Alberici
È frode fare shopping estraneo all'attività svolta
Linea dura contro le frodi fiscali. L'amministrazione finanziaria può, infatti, contestare le fatture false se la ditta compra beni assolutamente estranei all'attività svolta.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 41696 del 9 ottobre 2013, ha respinto il ricorso della titolare di un'impresa di pulizie che aveva acquistato pellami e calzature.

Sulla base di questo indizio e del fatto che l'acquisto era avvenuto da pregiudicati la Guardia di finanza aveva avviato un'indagine a carico della donna per frode fiscale, culminata con il sequestro di alcuni suoi beni.

Il Tribunale della libertà di Macerata lo ha confermato. Inutile il ricorso dell'imprenditrice in Cassazione.

Al primo motivo presentato dalla difesa la terza sezione penale ha ribattuto che in tema di reati tributari, il sequestro preventivo, funzionale alla confisca «per equivalente», può essere disposto non soltanto per il prezzo, ma anche per il profitto del reato: infatti, l'integrale rinvio alle «disposizioni di cui all'articolo 322-ter del codice penale», contenuto nell'art. 1, comma 143, della legge n. 244 del 2007, consente di affermare che, con riferimento ai reati tributari, trova applicazione non solo il primo ma anche il secondo comma della norma codicistica.

Sul resto la Suprema corte ha ritenuto gli indizi raccolti dalla polizia tributaria assai gravi. Ha quindi affermato la sussistenza del fumus della misura in quanto la donna, titolare di una ditta di pulizie, aveva comprato da soggetti pregiudicati grosse quantità di pellami e calzature. Del tutto estranei, quindi, al tipo di attività svolta.

Insomma, dice la Corte, sulla base di un tale accertamento, del tutto corretto appare il sequestro dei beni di cui l'indagata ha la disponibilità per un valore corrispondente a quello del profitto del reato, che, è bene precisarlo, nel caso di reati fiscali, deve intendersi non solo un positivo incremento del patrimonio personale, bensì qualunque vantaggio patrimoniale direttamente derivante dal reato, anche se consistente in un risparmio di spesa.

Anche la procura generale del Palazzaccio, nell'udienza tenutasi lo scorso 29 maggio, ha chiesto al Collegio di legittimità di respingere il ricorso della contribuente e di confermare, quindi, il sequestro.

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