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Uscire dall'eccesso di burocrazia

del 09/10/2013
di: di Vittorio Marotta
Uscire dall'eccesso di burocrazia
«La politica deve affidare ai commercialisti funzioni di competenza pubblica, che in questo momento ci sono precluse: penso alle cessioni di aziende e ai patti di famiglia, alla possibilità di essere parte in causa nei procedimenti di espropriazione, di avere una collocazione precisa nell'ambito del processo tributario o, ancora, di poter difendere il contribuente anche in gradi di giudizio superiori alla commissione tributaria regionale, di valorizzare il nostro ruolo nel campo della certificazione tributaria (ad esempio l'asseverazione della regolarità contributiva) che potrebbe apportare benefici concreti in termini di corretto adempimento degli obblighi fiscali, tax compliance e contrasto all'evasione. Tutto ciò anche per semplificare e velocizzare gli attuali iter burocratici». La proposta arriva da Raffaele Marcello, presidente dell'Unagraco (Unione nazionale commercialisti ed esperti contabili), a circa un mese di distanza dal Congresso nazionale del sindacato (a Viterbo, dal 14 al 16 novembre).

Domanda. Presidente Marcello, a Viterbo una tavola rotonda sarà dedicata al tentativo di individuare vie di uscita dall'eccesso di burocrazia e dalla crisi del mercato che opprimono l'Italia. La tendenza, ad oggi, sembra andare nella direzione opposta a quanto da lei auspicato …

Risposta. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Noi crediamo che le professioni debbano fare uno scatto in avanti, in vista di quel concetto di sussidiarietà che porta determinate categorie ad assorbire compiti per svolgerli con elevate professionalità. L'intento è di attribuire ai professionisti alcune funzioni pubblicistiche e amministrativo-giudiziarie, al fine di attenuare il deficit d'efficienza e i costi fissi ormai insostenibili del settore pubblico. Piuttosto che chiedere tutele e prerogative, la nostra professione deve contribuire al rilancio dell'economia mettendosi al servizio del paese. Perché ciò sia possibile, però, è necessario avere una adeguata collocazione legislativa. Per questo motivo vogliamo individuare misure concrete assieme alla politica.

D. Da dove partire?

R. È fondamentale una reale sburocratizzazione del paese: siamo sommersi dagli adempimenti. I commercialisti non vogliono partecipare a questi processi di burocrazia, ma intendono dare un contributo significativo in termini di semplificazione e quindi di competitività del nostro Paese, ampliando le situazioni nelle quali le professioni siano poste in posizione di sussidiarietà nei confronti dell'attività amministrativa. In questi anni sono stati fatti troppi annunci e pochissimi passi concreti: in questo modo l'Italia non ha alcuna capacità di attrarre quegli investitori internazionali che potrebbero rendere il rilancio economico meno difficile di come appare.

D. Non è complicato proporsi come interlocutori delle istituzioni in un momento in cui il Consiglio Nazionale è commissariato?

R. Non necessariamente, se inquadriamo la proposta in una logica di rapporti con le istituzioni. Il Consiglio nazionale, che prima o poi supererà l'esperienza commissariale, deve essere interprete di quello che è il sentimento della base. Che oggi chiede meno burocrazia e un ruolo di maggiore rilievo per la professione. Quello che ci apprestiamo a consegnare alla politica è un progetto aperto, che scaturisce dalle richieste dei colleghi. Non importa se poi il promotore di questo disegno riformatore sarà il sindacato o il Consiglio nazionale. L'importante è che si arrivi all'obiettivo.

D. A proposito di politica della professione, il rinnovo dei vertici della Cassa nazionale di previdenza dei ragionieri è imminente. L'argomento sarà il tema dell'altra tavola rotonda del Congresso Unagraco. Come immagina la nuova governance dell'Istituto?

R. In questo momento storico i rappresentanti della Cassa devono essere scelti secondo un processo che arriva dal basso. Il primo stadio di questa azione permetterà di selezionare i delegati ai quali affidare il mandato di individuare i rappresentanti di categoria. L'importante, però, è che ci sia un filo diretto che coinvolga gli iscritti e i delegati. Questi ultimi difatti dovranno essere i portavoce delle istanze del territorio: solo in questo modo sarà possibile comprendere le aspettative della categoria, per poi trasformarle nel voto che individuerà la rappresentanza dei ragionieri. Mai come in questo momento i vertici della Cassa dovranno avere un ruolo politico, oltre che tecnico, perché le problematiche principali dell'Ente previdenziale passano per la politica.

D. Da dove si può partire?

R. Abbiamo bisogno di un organo di rappresentanza che ci tuteli con le istituzioni. Solo un intervento legislativo può risolvere il problema dei flussi della Cassa Ragionieri: senza nuovi iscritti non abbiamo la possibilità di aprire un discorso con le altre casse perché non siamo in grado di dimostrare la nostra sostenibilità a lungo termine. In questi mesi abbiamo adempiuto alle richieste istituzionali: i ministeri vigilanti ci hanno imposto dei sacrifici e noi abbiamo provveduto nella consapevolezza che è probabile che questi sacrifici non ci facciano arrivare al raggiungimento dell'obiettivo connaturato alla funzione di un Istituto previdenziale, ossia quello di dare una prestazione adeguata agli iscritti. Fino ad oggi abbiamo dovuto fare una politica di sopravvivenza, ma adesso abbiamo bisogno di azioni di sviluppo e di ampio respiro.

D. È la politica, quindi, a dover risolvere il problema della previdenza?

R. La politica deve intervenire per risolvere il problema della previdenza in generale e quella dei ragionieri in particolare. Questo si può fare solo attraverso il dialogo. Non credo che il ricorso a manovre interne tese alla ricerca di ottenere flussi attraverso vasi comunicanti con i dottori possano portare risultati. Occorre invece andare all'esterno, ma per farlo abbiamo bisogno che la politica sia adesiva: se non riusciamo a trovare le risorse economiche all'interno del nostro sistema dobbiamo aprirci ad altri soggetti, come i revisori o i consulenti del lavoro. Chiudersi in un recinto non risolve il problema, e noi dobbiamo pensare a tutelare le pensioni dei nostri colleghi.

D. Quali sono ad oggi le istanze della categoria?

R. La base vuole risposte precise in termini di prospettive della loro pensione e, ovviamente, anche del welfare. Abbiamo l'esigenza assoluta che i delegati siano individuati dai territori in una logica di democrazia aperta, che porti alla creazione di un canale fluido tra gli iscritti, i delegati e il futuro Consiglio di Amministrazione. Per quanto riguarda i nuovi vertici, ascoltiamo il territorio e vediamo cosa propone. Prevalga il criterio della meritocrazia, individuando persone che abbiano competenze, abnegazione e spirito di servizio, perché gli «scaldapoltrone» non ci servono. Mi auguro che non si aprano scontri e frizioni per individuare la figura del presidente, ma che si lavori in un'ottica di unità. Non commettiamo l'errore di individuare prima la leadership e poi scegliere la squadra. Ma costruiamo prima la squadra e poi designiamo il presidente.

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