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Psicologi, lotta all'abusivismo

del 09/10/2013
di: di Ignazio Marino
Psicologi, lotta all'abusivismo
«Rinominare in maniera creativa quello che è di fatto un chiaro intervento professionale tecnico-psicologico (ovvero che sia basato su modelli teorici di derivazione psicologica, tramite l'uso di strumenti, tecniche o approcci di intervento di derivazione psicologica, e operando su variabili specificatamente psicologiche, quali la consapevolezza di sé; le risorse emotive, relazionali o cognitive; il problem-solving; lo stress; l'autostima, l'autoefficacia e l'assertività; la crescita emotiva o relazionale personale; la resilienza ecc., ovvero tutti i costrutti di natura scientifica psicologica), non ne cambia la natura di atto professionale sostanzialmente tipico il cui esercizio è di stretta competenza di figure qualificate e abilitate quali lo psicologo». Con un articolato studio, pubblicato ieri, il Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi ha voluto, con argomentazioni di carattere scientifico, giuridico e giurisprudenziale, che non lasciano dubbi, sottolineare gli eventuali rischi per chi esercita abusivamente la professione e a cui vanno incontro i cittadini che dovessero affidarsi a soggetti non abilitati. Per il Cnp «è lecito dunque temere che, anche nell'ambito “preventivo”, certe figure non normate (a mero titolo generico ed esemplificativo: “counsellors”», “consulenti filosofici”, “pedagogisti clinici”, “reflectors”, “armonizzatori” e altre analoghe figure pseudo-psicologiche, non normate e autoaccreditatesi) potrebbero ipoteticamente trovarsi a esercitare, de facto, anche quelle che sono funzioni professionali tipiche dello psicologo e afferenti ai contenuti e metodi della formazione scientifico-professionale psicologica». Questa prassi di «aggiramento nominalistico» dell'evidenza scientifico-professionale, ricorda lo studio, è stata espressamente stigmatizzata dalla Corte di cassazione già qualche anno fa (sez. VI, 5 novembre 2008, n. 41183), quando valutando l'esercizio abusivo di professione sanitaria scriveva: «Non è il nomen della professione esercitata a designare il tipo di attività come corrispondente a quella esclusiva, ma piuttosto le concrete operazioni eseguite quando la professione è regolamentata dalla legge».
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