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Lavoro, giovani a rischio

del 08/10/2013
di: di Manola Di Renzo
Lavoro, giovani a rischio
Il nostro Paese perde le fondamenta, aumenta il tasso di disoccupazione e salgono i disagi sociali.

Lunedì scorso il Centro Studi Cnai ha presentato agli esponenti del Gruppo Cnai il rapporto sull'andamento del mercato del lavoro, dal quale emerge una situazione sconcertante soprattutto per il prossimo futuro.

I primi segnali di crisi sono stati avvertiti nel 2007, inizialmente non è stata individuata correttamente, si pensava a una situazione passeggera; solo nel 2009 ci siamo accorti che la produttività si abbassava, il potere di acquisto scendeva e il tasso di disoccupazione saliva.

I fattori che hanno inciso vengono distinti in due categorie: «Home Causes» e «Foreign Causes» .

La prima categoria di fattori riguarda le condizioni emerse nel nostro paese, la seconda quelli provenienti dalla Ue; entrambe le condizioni sono state causa ed effetto l'una per l'altra. «Home Causes» è rappresentata dalle principali motivazioni che hanno dato origine alla crisi, ovvero manovre politiche inadeguate, elevato indebitamento pro capite, perdita dei valori sociali, eccessiva attenzione verso modelli di vita ingannevoli.

«Foreign Causes» riguarda il nostro ingresso nella Ue e di quanto l'Italia ne abbia realmente beneficiato.

Sottostare alle politiche comunitarie e accettare i vincoli commerciali posti in essere dagli stati membri sembra, secondo il rapporto del Centro Studi Cnai, non aver aggiunto ricchezza, ma aumentato l'indebitamento dell'Italia per fronteggiare le concorrenza e le continue richieste europee. Dall'intersecazione di questi fattori esce fuori il quadro attuale: aumenti ripetuti delle imposte da pagare, diminuzione del potere di acquisto delle famiglie, scarsa propensione al risparmio, aumento dei disoccupati. Focalizzando l'attenzione sul mercato del lavoro, a subirne maggiormente le conseguenze sono i giovani. Secondo le stime, il perdurare della crisi non permette ai ragazzi di accedere facilmente nel mondo del lavoro; le opportunità di occupazione arrivano sempre più tardi aumentando il loro disagio sociale.

Più tardi cominceranno a lavorare e più tardi cresceranno e diverranno autonomi.

Nel frattempo continuano a iscriversi alle facoltà universitarie, tuttavia privilegiando studi che difficilmente saranno sfruttabili per ottenere un impiego gratificante. Anche il disallineamento tra le politiche della scuola e il mercato del lavoro è un altro elemento chiave che ci ha condotto alla situazione attuale.

Purtroppo una volta completati gli studi, la maggior parte dei giovani si trasforma in disoccupato di lunga durata, sostenuto dalla famiglia finché non riesce a trovare un impiego e, dalle difficoltà che ne emergono, comincia la ricerca verso qualsiasi forma di occupazione. Da qui nasce un nuovo concetto di flessibilità, distorto rispetto al suo vero significato, inteso come la necessità a doversi accontentare e a essere pronti a cambiare attività, sempre rimanendo in un contesto di professionalità medio-bassa, dove non sono individuati percorsi formativi di crescita. Mentre negli altri paesi europei, così come pure in America, la flessibilità rappresenta la possibilità di poter contrattare con l'azienda la propria professionalità, elevata, che diventa un valore spendibile.

Dalla mancanza di posti di lavoro e di conseguenza dalla tarda indipendenza economica, i giovani mettono radici nel tessuto sociale sempre più tardi, a volte non accade affatto. Il protratto inserimento nel lavoro li condiziona nelle scelte basilari, acquisto della casa, creazione di una famiglia, assunzione dei propri impegni; infatti il danno maggiore che tra un po' saremo costretti a fronteggiare sarà l'incapacità dei giovani di offrire garanzie. La generazione di nuovi nuclei familiari non è altro che il rinnovamento di una società che stabilizza le basi per i prossimi giovani e garantisce protezione per i più anziani; quello che comincia a vacillare in Italia.

Spostando la lente di osservazione sulle aziende, prosegue il rapporto, è assodato come la produttività stia arrancando e come non vi è più possibilità di aprire a nuovi addetti.

Le imprese continuano ad avvalersi di lavoratori anziani, principalmente invecchiati con l'azienda stessa che oggi ne rappresentano il patrimonio know-how. Questa fascia di età medio-alta di occupati è competente, preparata e difficilmente le aziende sono disposte a sostituirla con lavoratori più giovani. Questi ultimi sono visti come un ostacolo alla produttività, sui quali sarebbe necessario investire per renderli virtuosi, tuttavia le dinamiche economiche sono così instabili che le imprese, in particolare quelle medio-piccole ma altrettanto le aziende straniere, manifestano incertezza nell'investire in piani formativi. Altro ostacolo che comunque non consente ai vecchi lavoratori di uscire di scena è l'età pensionabile che tende ad aumentare con pensioni sempre più basse. Attualmente anche chi è in pensione tende a conservare il posto di lavoro per mantenere inalterato la propria capacità di spesa.

In ultimo la parte dedicata alla politiche di governo e alla riforma del Lavoro del 2012.

Il prolungarsi dello stato di inoccupazione può tradursi in tensione e diffidenza verso la classe politica, che continua ad applicare manovre sempre più punitive. La mancanza di un piano di ripresa e sviluppo mette le famiglie in stato di allerta non transitorio, alimentando il malcontento sociale e inducendole, in via cautelativa, a un risparmio forzoso, riducendo ancora una volta la capacità di spesa della persona con il relativo calo dei consumi.

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