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Irap, non basta un dipendente

del 08/10/2013
di: di Debora Alberici
Irap, non basta un dipendente
Disporre di un lavoratore dipendente non fa scattare automaticamente l'Irap. Il piccolo professionista è infatti tenuto al pagamento del tributo solo nel caso in cui la sua organizzazione sia un «elemento potenziatore ai fini della produzione di reddito». A fare questa complessa valutazione sarà il giudice tributario, ha sancito la Corte di cassazione con le sentenze n. 22020 e 22022 del 25 settembre 2013, che dovrà accertare, caso per caso, quanto la struttura incida sulla produzione del reddito dello studio.

La sezione tributaria del Palazzaccio non è nuova a questa linea interpretativa. In diverse occasione aveva già affermato in passato che, per esempio, un solo dipendente part-time non fa scattare l'obbligo del versamento Irap (per esempio sent. 6440 del 2009). Anche in questo caso la Suprema corte richiama a figure professionali a tempo parziale. Di sicuro c'è che, d'ora in poi, il contratto di lavoro subordinato non sarà più una garanzia assoluta per far ottenere al fisco il versamento di uno dei tributi più discussi degli ultimi anni. In motivazione il Collegio sostiene espressamente che «l'automatica sottoposizione a Irap del lavoratore autonomo che disponga di un dipendente, qualsiasi sia la natura del rapporto e qualsiasi siano le mansioni esercitate vanificherebbe l'affermazione di principio desunta dalla lettera della legge e dal testo costituzionale secondo cui il giudice deve accertare in concreto se la struttura organizzativa costituisca un elemento potenziatore e aggiuntivo ai fini della produzione del reddito, tale da escludere che l'Irap divenga una (probabilmente incostituzionale) tassa sui redditi di lavoro autonomo». In altri termini, ad avviso degli «Ermellini», sussistono ipotesi in cui la disponibilità di un dipendente (magari part-time o con funzioni meramente esecutive) non accresce la capacità produttiva del professionista, non costituisce un fattore «impersonale e aggiuntivo» alla produttività del contribuente, ma costituisce semplicemente una comodità per lui (e per i suoi clienti). Si tratta certo di una valutazione difficile, ammette il Collegio di legittimità, assai più complessa della automatica deduzione dell'imposizione da un fatto accertabile attraverso la denuncia dei redditi e i tabulati Inps ma questa valutazione conduce a «razionalità costituzionale (ed economica i due profili sono strettamente connessi) l'imposizione». In particolare, la sottoposizione a tassazione aggiuntiva di chi assuma un dipendente anche quando tale dipendente non determini un qualche significativo aumento del reddito e quindi manchi il presupposto giuridico dell'Irap, costituirebbe una sorta di sanzione che scoraggerebbe l'assunzione di dipendenti. Per alcuni la sentenza è rivoluzionaria. Il vicesegretario nazionale Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale), Carmine Scavone, parla di una decisione che «scardina, finalmente, la presunzione assoluta per la quale la presenza di personale generava, sic et simpliciter, la riconducibilità delle attività professionali nell'ambito applicativo dell'Irap». Ma non solo. Scavone sottolinea inoltre l'importanza dell'affermazione dei Supremi giudici secondo cui il possibile assoggettamento a Irap di chi si avvale di personale dipendente, anche quando manchi il presupposto impositivo dell'Irap, costituirebbe una sorta di sanzione tale da scoraggiare l'assunzione di personale.

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