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Imprese, crediti nel pantano

del 08/10/2013
di: di Matteo Barbero
Imprese, crediti nel pantano
Crediti delle imprese in un pantano. Le certificazioni rilasciate fino alla scadenza prevista (15 settembre scorso) dalle pubbliche amministrazioni, per i debiti ancora non pagati, valgono circa 5 miliardi di euro. Cioè meno del 10% della stima più prudente sull'esposizione complessiva del settore. Il resto è ancora bloccato tra mille inghippi burocratici, non ultimo dei quali il macchinoso sistema di certificazione che prevede che ogni pubblica amministrazione predisponga un elenco dei debiti per ogni creditore invece che un unico elenco per tutti.

Il dato dei 5 miliardi, non ancora ufficializzato dal ministero dell'economia e delle finanze, circola da qualche giorno fra i soggetti abilitati ad accedere alla procedura telematica attraverso cui lo stato, le regioni e gli enti locali avrebbero dovuto certificare quanto ancora dovuto a imprese e professionisti. Va ricordato che il dl 35/2013 (il così detto decreto pagamenti della p.a.), oltre a introdurre misure immediate per accelerare i pagamenti, ha previsto una ricognizione finalizzata a quantificare quanto ancora dovuto: entro il 15 settembre, ogni pubblica amministrazione avrebbe dovuto certificare sull'apposita piattaforma i propri debiti certi, liquidi ed esigibili al 31 dicembre 2012 e non ancora estinti. Ebbene, chi ha potuto vedere la piattaforma racconta che il contatore si sarebbe fermato a soli 5 miliardi, una cifra decisamente inferiore alle attese se si pensa che secondo le ultime stime di Banca d'Italia, alla fine del 2011, i debiti delle amministrazioni pubbliche valevano circa 90 miliardi. Sottraendo gli 11,3 miliardi pagati grazie al dl 35 (dato ufficiale fornito dal ministero aggiornato al 18 settembre) e i 5 miliardi certificati al 15 settembre, all'appello mancherebbero nientemeno che 74 miliardi di euro. Peraltro, anche volendo utilizzare i dati già in possesso del Mef, l'asticella non potrebbe scendere sotto i 50-55 miliardi, dato che si ricava sommando i 40 miliardi messi sul piatto dal dl 35 agli oltre 13 miliardi di richieste di sblocco presentate dalle pubbliche amministrazioni debitrici e non ancora soddisfatte per mancanza di copertura finanziaria. Anche con questo benchmark, mancherebbero certificazioni per poco meno di 40 miliardi (55 miliardi, di cui 11,3 già pagati, meno i 5 miliardi certificati).

Secondo, però, l'Associazione nazionale dei costruttori (che avendo ricevuto dal Parlamento Ue l'incarico di rapporteur su fenomeno dei pagamenti della p.a. lo tiene sotto costante monitoraggio), la cifra reale dovrebbe attestarsi poco al di sotto di quanto stimato da Via Nazionale. Se effettivamente le cose stanno così perché, allora, la macchina delle certificazioni arranca? Nell'ultimo report presentato al commissario europeo Tajani, l'Ance punta il dito contro le circolari ministeriali che hanno reso macchinoso il processo di pubblicazione degli elenchi dei debiti e complicato la verifica del rispetto della scadenza del 15 settembre (che la stessa Ance e l'Associazione nazionale dei comuni d'Italia chiedono, quindi, di prorogare almeno al 30 novembre): «Tali circolari, infatti, hanno previsto la predisposizione da parte delle amministrazioni di più elenchi, uno per ogni creditore, invece che di un unico elenco dei debiti ancora da saldare, incrementando notevolmente le procedure di pubblicazione dei dati». Se a ciò si somma la reticenza delle pubbliche amministrazioni a procedere alla pubblicazione dell'elenco dei debiti ancora non saldati, al fine di evitare procedure di recupero da parte dei creditori, non era difficile prevedere un importo di debiti certificati molto inferiore alle stime. Il problema è che, senza un dato attendibile, è assai difficile calibrare le ulteriori misure di accelerazione, dopo i 7 miliardi liberati dal dl 102/2013, che ha portato il plafond complessivo a circa 47 miliardi. Non a caso, il governo, nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, ha preso tempo, sottolineando che al momento «non possono essere fornite quantificazioni, posto che una compiuta conoscenza dello stock necessita di una rielaborazione e verifica dei dati pervenuti, al fine di accertare sia il tasso di adesione alla ricognizione, sia la corretta individuazione della tipologia dei debiti da considerare» (si veda ItaliaOggi del 24 settembre 2013).

I tempi, però, stringono. In vista della prossima legge di stabilità, occorrerà tirare le somme per non compromettere l'apertura di credito di Bruxelles prima che entrino in vigore i più rigorosi vincoli previsti dal Fiscal compact e per non aumentare il rischio di incappare in nuove procedure di infrazione.

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