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Decreto Imu, incassi incerti dalla sanatoria giochi

del 25/09/2013
di: Beatrice Migliorini
Decreto Imu, incassi incerti dalla sanatoria giochi
Incassare i 600 milioni di euro previsti dal dl Imu direttamente dalla sanatoria dei contenziosi sui giochi è una previsione di dubbia attendibilità. Senza contare che le entrate potrebbero variare in modo notevole a seconda sia del tasso di adesione alla procedura agevolata, sia dai margini di valutazione riservati al giudice d'appello, in ordine al merito delle istante di definizione presentate.

Questa la posizione espressa ieri dalla Corte dei conti in merito all'art. 14 del dl 102/2013, nel corso dell'audizione che si è svolta alla camera, in commissioni bilancio e finanze riunite. La disposizione oggetto dell'attenzione della magistratura contabile prevede l'estensione dell'ambito temporale dell'istituto della definizione agevolata in appello (introdotta dalla legge 266/2005 recante norme per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello stato), anche per i soggetti condannati, con sentenza di primo grado, in giudizi di responsabilità amministrativo contabile. «Appare opportuno interrogarsi», ha spiegato la Corte nel corso dell'audizione, «sull'idoneità della norma ad assicurare il maggiore gettito atteso di 600 milioni di euro, che concorre in maniera determinante ad assicurare la copertura dell'intero dl Imu».

A suscitare la perplessità della Corte la scarsa quantità di adesioni riscontrate entro il 23 settembre. «Fino a lunedì scorso compreso», ha sottolineato la Corte, «le istanze presentate sulla base dell'art.14 risultano pari a 33 a cui, per un totale di introiti potenzialmente incamerabili, nella misura percentuale minima del 25% dei danni quantificati nelle sentenze di primo grado, di circa 270 mila euro, di cui solo 75 mila destinabili direttamente al bilancio dello stato. Le posizioni soggettive già definite con decreto camerale, invece, sono 17, per un totale di pagamenti pari a circa 13 mila euro». Dai dati forniti dalla magistratura contabile, risulta che a oggi, nessuno dei concessionari di maggiori dimensioni condannati con sentenza nel 2012 ha aderito all'istituto della definizione agevolata in appello, «ragion per cui», ha sottolineato la Corte dei conti, «appare doveroso esprimere perplessità nei confronti di una disposizione che si risolve in una contrapposizione fra comprensibili esigenze di gettito e salvaguardia delle pronunce giurisdizionali e dei principi costituzionale che in esse si trovano espresse».

A destare le perplessità della Corte, infine, anche il rischio di incorrere in una disparità di trattamento, dato che l'art. 14 potrebbe non trovare applicazione nel caso di giudizi di primo grado già conclusi, senza contare che sul piano interpretativo, la sovrapposizione tra norme vecchie e nuove profila possibili incertezze connesse alle diverse percentuali di pagamento tra i fatti dannosi verificatisi interamente entro il 31 dicembre 2005 e quelli verificatisi successivamente.

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