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La sanatoria prevista, così non va

del 24/09/2013
di: di Manola Di Renzo
La sanatoria prevista, così non va
La stabilizzazione degli associati in partecipazione prende forme contorte. La sanatoria prevista dall'art. 7-bis contenuto nel decreto Lavoro 76/2013 non convince. Abbiamo intervistato il presidente del Cnai, Orazio Di Renzo, e il segretario generale della Fismic-Confsal, Roberto Di Maulo, per capire meglio le criticità presenti nella procedura.

Domanda. Cosa pensa del richiamo nell'art. 7-bis ai sindacati con maggiore rappresentatività?

Risposta Di Maulo. Il legislatore ha precisato che le aziende possono stipulare specifici contratti collettivi con le associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale ai fini della stabilizzazione; a mio parere questa precisazione può rappresentare un ostacolo all'applicazione della norma. Più opportuno sarebbe stato il richiamo alla contrattazione aziendale che meglio si presta a risolvere talune problematiche. Trattandosi di una disposizione normativa riservata ad un numero ristretto di aziende, diciamo quasi una previsione creata ad hoc, sicuramente il criterio più corretto di misurazione della rappresentatività è solo sul numero degli associati, rappresentati attraverso il tesseramento al sindacato dei lavoratori. Quindi lo stesso legislatore, involontariamente, rimette in discussione la definizione di «associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale», risultando impropria soprattutto nel caso della stabilizzazione degli associati, ma anche fortemente incostituzionale. Aver provato a mettere un cartello all'ingresso per gli altri sindacati significa non essere in grado di poter rappresentare i propri iscritti, solo per esclusione normativa, tuttavia anche l'ultima sentenza della corte costituzionale, sull'art. 19, spiazzando la definizione di sindacato maggiormente rappresentativo, stabilisce che tutti i sindacati possono, e non parla sono per la Fiom.

D. Come vede il ruolo della contrattazione collettiva nella procedura di stabilizzazione?

R. Di Maulo. Penso ai sindacati che erano già a conoscenza di numeri cospicui di lavoratori tenuti con contratto di associazione in partecipazione, anche dopo l'entrata in vigore della legge Fornero. Si tratta di abusi che andavano denunciati subito. Andavano denunciati prima della Riforma del lavoro perché si trattava di rapporti non genuini, pensiamo ai commessi di una multinazionale che lavorano con contratto di associazione in partecipazione, e denunciati dopo perché entrando in vigore la Riforma, quei contratti non potevano più sussistere. Se facciamo riferimento al caso Golden Lady, prima della Legge Fornero è stato firmato un accordo di proroga dei contratti di associazione in partecipazione di un anno, successivamente la legge 92/12, l'accordo sottoscritto, diventa un atto nullo, avrebbe dovuto perdere efficacia, ed è in quel momento che il sindacato doveva interromperlo. È chiaro l'intento fraudolento dell'azienda, ma i sindacati firmatari, tra l'altro non a livello nazionale, che interesse hanno avuto nell'intera faccenda? Da questa riflessione scaturisce un'altra domanda, l'art. 7-bis quanto serve a sanare il comportamento dell'azienda e quanto a salvare i sindacati firmatari? Ed è qui che torna in ballo il discorso sulla rappresentatività. Proprio i sindacati cosiddetti maggiormente rappresentativi hanno messo in atto azioni in pejus per i lavoratori e non permettendo agli altri di intervenire, evitano che vengano sollevati dubbi sulla regolarità degli accordi.

Domanda. Cosa sana esattamente la procedura di stabilizzazione degli associati in partecipazione?

Risposta Di Renzo. Francamente credo, nonostante un articolo di legge creato su misura, che non sani alcun comportamento, ma che tutto può essere rimessi in ballo in qualsiasi momento. Questo tipo di sanatoria evidenzia principalmente l'uso scorretto di una tipologia contrattuale; le aziende che vi aderiscono di fatto ne denunciano l'abuso. Si tratta di aziende che dopo la legge Fornero hanno continuato a impiegare lavoratori con contratto di associazione in partecipazione pur essendoci una diversa previsione normativa. Non può esserci un condono per aver frodato, semmai l'agevolazione è sull'aspetto sanzionatorio, non sul danno. Non si può creare dal nulla una sanatoria perché un'azienda ha applicato un contratto errato ad un lavoratore, la legge Fornero è chiarissima su questo punto. Le aziende avrebbero dovuto convertire i contratti dall'entrata in vigore della norma, non prevedendo neppure la possibilità di deroga attraverso l'intervento dei sindacati. Altro grave problema è rappresentato dal vantaggio economico ricavato dalle stesse aziende sino ad oggi, sollevando questioni anche di natura fiscale. Si tratta di un palese aggiramento della normativa, anche tributaria, volta a conseguire un vantaggio fiscale, contributivo e retributivo. Normalmente una condotta antielusiva viene sanzionata solo per il fatto della difformità della condotta dell'azienda rispetto a quanto dichiarato; ma questo aspetto non viene trattato dall'art. 7-bis, pertanto mi chiedo quanto è costituzionale una sanatoria simile e rimane altresì da chiarire quanto sia legittimo la sovrapposizione delle posizioni da sanare.

D. L'art. 7-bis prevede la sottoscrizione da parte dei lavoratori destinatari delle assunzioni, di atti di conciliazione, cosa ne pensate?

R. Di Renzo. In momenti difficili come quelli che stiamo attraverso nel nostro Paese, è facile immaginare la posizione del lavoratore, resa ancora più debole dalle condizioni del mercato. Chiaramente è un aspetto che pone dubbi su tutta la procedura, si tratta già di un comportamento viziato. Torna in ballo il ruolo delle parti sociali. Per poter sottoscrivere gli atti di conciliazione i lavoratori avrebbero bisogno di essere affiancati dal sindacato che li rappresenta, lo stesso che dovrebbe essere legittimato alla stipulazione del contratto collettivo, mentre ci sono molte riserve riguardo il numero dei lavoratori rappresentati. La procedura così come normata lascia più intendere che sia necessario un rapporto diretto tra azienda e sindacato e questo spiegherebbe perché ci sono sindacati disposti a firmare una simile procedura, completamente sbilanciata. In fondo i sindacati non rispondono degli accordi che sottoscrivono, possono permettersi di firmare.

R. Di Maulo. I lavoratori, in fase di atto di conciliazione, avrebbero quantomeno diritto ad un risarcimento per il danno subito, normalmente è così che funzionano le conciliazioni. Invece il 7-bis prevede solo il versamento del 5% come contributo straordinario, praticamente un importo ridicolo rispetto al risparmio ottenuto sulla retribuzione e la contribuzione dei lavoratori. Dovrebbero essere i sindacati firmatari a pretenderlo, ma il discorso torna sempre al punto di partenza, la rappresentatività deve esserci realmente, solo così si prendono a cuore i problemi dei lavoratori.

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