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Pos, un nuovo balzello per gli studi professionali

del 20/09/2013
di: La Redazione
Pos, un nuovo balzello per gli studi professionali
Un nuovo balzello si affaccia alla porta degli studi professionali, l'obbligo dal gennaio 2014 di utilizzare il Pos (Point of sale) per consentire ai clienti di poter pagare la parcella con bancomat. Dunque, dopo una stagione di riforme o presunte tali che avrebbero dovuto semplificare la libera professione ma che invece non hanno fatto altro che mortificarla, spunta un nuovo obbligo. Un adempimento che nasce dal decreto Sviluppo bis dell'allora governo Monti (Cresci-Italia 2.0) e attuato solo ora. Secondo il provvedimento, a decorrere dal prossimo anno i soggetti che effettuano l'attività di vendita di prodotti e di prestazione di servizi, anche professionali, saranno tenuti ad accettare pagamenti effettuati attraverso carte di debito. È vero che l'attuazione di questo dl è subordinata all'emanazione di un pacchetto di decreti attuativi, ma questi, addirittura, anziché migliorare la situazione, potrebbero ampliare gli strumenti di pagamento elettronici obbligatori. Questa misura è stata fatta rientrare tra le misure che possono dar forza alla ripresa economica del paese e sostenere la lotta all'evasione fiscale. Ben venga se davvero fosse così, ma la realtà è un'altra. Il punto non è essere contrari alla tracciabilità né ovviamente alla lotta all'evasione. Il punto è che questa lotta non può essere utilizzata come un nuovo strumento per colpire un sistema professionale che già affronta una crisi drammatica senza alcun sostegno pubblico, a differenza di molti altri settori produttivi. Non è un mistero che non solo i redditi dei professionisti siano scesi, specie per alcune professioni tecniche, ma che gli stessi onorari siano ridotti al lumicino anche dall'abrogazione delle tariffe e da una crisi di mercato che porta gli stessi professionisti, per ottenere gli incarichi, a praticare ribassi che possono andare anche oltre l'80% nel settore dei bandi di progettazione. Del resto anche in questo caso il legislatore ci ha messo del suo, visto che il mercato dei servizi per l'ingegneria attende da oltre un anno il decreto che avrebbe dovuto determinare gli importi da porre a base di gara per le stazioni appaltanti. Di quel regolamento non c'è traccia e l'offerta economicamente più vantaggiosa continua a essere l'unico criterio per aggiudicarsi i servizi. E che dire poi dell'esclusione dei piccoli studi professionali (cioè la maggior parte della realtà italiana) dagli appalti pubblici, perché privi di quei requisiti (fatturato, numero di addetti) che secondo il Regolamento di attuazione del codice dei contratti (dpr 207/10) dovrebbero possedere per partecipare alle gare? Inutile dire che in un periodo di crisi come questo, agevolare l'accesso al credito e ai canali di finanziamento pubblico permetterebbe ai professionisti di far fronte alle esigenze contingenti o addirittura di investire nelle proprie attività e competenze. Ma se questo sembra impossibile i professionisti chiedono almeno di poter lavorare e di vedersi riconosciuto e non mortificato il loro ruolo sociale. Ma c'è anche bisogno di una politica che ascolti e sia in grado di considerare le loro proposte e che non si limiti, invece, a riforme superficiali e fin troppo maldestramente approvate senza consultare chi ne è l'oggetto finale. Solo dentro questo nuovo orizzonte comune di dialogo ci saranno grandi prospettive.
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