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Messa alla prova, più garanzie alla vittima

del 20/09/2013
di: Beatrice Migliorini
Messa alla prova, più garanzie alla vittima
Il domicilio indicato nel programma di messa alla prova dell'imputato deve essere idoneo a garantire le esigenze di tutela della persona offesa del reato. Il parere dell'imputato, in merito alla modifica del programma di messa alla prova, non sarà più vincolante per la decisione del giudice. Resta fermo però, l'obbligo da parte di quest'ultimo, di consultare anche il pubblico ministero. Queste le novità introdotte al ddl 925, recante norme per la delega al governo in materia di pene detentive non carcerarie, durante le votazioni agli emendamenti in Commissione giustizia al Senato. In base alla proposta di modifica all'art. 3, presentata dal governo e, successivamente, approvata, il giudice, nel valutare la possibilità di sospendere il procedimento e concedere la messa alla prova deve prendere in considerazione non solo, la possibilità che l'imputato si astenga dal commettere ulteriori reati ma anche il fatto che il «domicilio indicato nel programma dell'imputato sia tale da assicurare le esigenze di tutela della persona offesa del reato». Sempre al fine di integrare l'art. 3 è stato, poi, approvato l'emendamento a firma di Giacomo Caliendo (Pdl) volto a limitare il potere decisionale dell'imputato. La proposta di modifica approvata, prevede, infatti, che «durante la sospensione del procedimento con messa alla prova, il giudice, sentito imputato e sentito il pubblico ministero, può modificare con ordinanza le prescrizioni originarie, ferma restando la congruità delle nuove prescrizioni rispetto alle finalità della messa alla prova». In origine la disposizione prevedeva che il giudice non dovesse solo sentire il parere dell'imputato ma dovesse ottenere da questo un vero e proprio consenso. Nessuno spazio ha trovato, invece, la proposta volta a estendere la messa alla prova ai reati punibili con pena fino a cinque anni (si veda ItaliaOggi del 3 agosto 2013). «Se questa misura avesse trovato approvazione», ha spiegato in corso di seduta il presidente della Commissione giustizia, Nitto Francesco Palma, «la norma avrebbe riaperto l'annosa questione relativa alle pene detentive per il reato di stalking, già risolta dalla legge 193/2013».

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