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Contribuenti salvi con l'aiuto di terzi

del 19/09/2013
di: di Debora Alberici
Contribuenti salvi con l'aiuto di terzi
Il processo tributario apre alle dichiarazioni dei terzi a favore del contribuente. Infatti, nonostante il divieto di prova testimoniale, possono essere acquisite e valutate dal giudice come presunzioni semplici le dichiarazioni rese da un fornitore, ad esempio, circa le movimentazioni bancarie. Tuttavia, per sconfessare un accertamento del reddito d'impresa sono necessarie spiegazioni analitiche e non sommarie di qualunque versamento o prelevamento. È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 21305 del 18 settembre 2013, ha accolto due motivi di ricorso presentati dall'amministrazione finanziaria.

Nelle motivazioni i Supremi giudici sembrano dare «un colpo al cerchio e una alla botte». Da una parte, infatti, confermano la legittimità dell'acquisizione delle dichiarazioni dei terzi e dall'altra, invece, ne escludono l'influenza sull'accertamento nel caso in cui risultino troppo generiche e circostanziate, com'è avvenuto in questo caso. Sul punto, in sentenza, i supremi giudici spiegano come «in tema di contenzioso tributario, anche al contribuente oltre che all'amministrazione finanziaria, deve essere riconosciuta, in attuazione dei principi del giusto processo e della parità delle parti di cui al nuovo testo dell'art. 111 Costituzione, la possibilità di introdurre, nel giudizio dinanzi alle commissioni tributarie, dichiarazioni rese da terzi in sede extraprocessuale. È il caso, appunto, delle dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà, le quali hanno valore probatorio proprio per gli elementi indiziari e, come tali, devono essere valutate dal giudice nel contesto probatorio emergente dagli atti».

La Corte, però va anche oltre. Precisa, infatti, che «i ripetuti eventuali elementi di prova contraria valgono come presunzioni semplici e devono, quindi, essere comunque sottoposte a un'attenta verifica da parte del giudice, il quale è tenuto a individuare analiticamente i fatti noti dai quali dedurre quelli ignoti, correlando ogni indizio, purché grave, preciso e concordante, ai movimenti bancari contestati.

La vicenda riguarda un piccolo imprenditore che, dopo una verifica della Guardia di finanza sui conti bancari, aveva ricevuto un accertamento fiscale contenente la contestazione di reddito d'impresa non dichiarato, in relazione a un'attività di intermediazione finanziaria abusiva. L'uomo aveva impugnato l'atto impositivo ottenendo un annullamento da parte dei giudici di merito. A questo punto l'amministrazione finanziaria ha presentato ricorso in Cassazione lamentando il fatto che la Ctr avesse emesso un verdetto a favore del contribuente in quanto aveva ritenuto sufficienti a sconfessare le presunzioni di reddito sul conto corrente bancario, alcune dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà, rilasciate da terzi.

La Cassazione ha, in parte, ribaltato il verdetto precisando che «tali dichiarazioni, pur essendo acquisibili, non possono far cadere l'accertamento se troppo generiche».

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