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Papà risarcito per l'offesa

del 17/09/2013
di: di Simona D'Alessio
Papà risarcito per l'offesa
Un'offesa destinata alla figlia diventa («di riflesso») un atto contro l'onorabilità paterna. E il genitore, colpito nei propri affetti, ha diritto a un risarcimento da chi ha esternato l'insulto. La Cassazione conferma nella sentenza 37686 della V sezione penale depositata ieri, la condanna per il reato di ingiuria nei confronti di un uomo che, incontrando in un luogo pubblico un impiegato del comune di Agropoli (Salerno) con cui era in lite, l'aveva apostrofato con: «Tua figlia è una puttana, e tu saresti un cornuto». Malgrado la ragazza (non presente al battibecco) avesse deciso di soprassedere, il padre non se l'era sentita di lasciar correre e aveva deciso di rivolgersi alla giustizia. E i magistrati gli hanno dato ragione. Nel pronunciamento della Corte, infatti, si legge che «quanto alla veste di persona offesa in capo al padre, è di palese evidenza» che il contesto della frase indirizzata «a quest'ultimo fosse ingiuriosa proprio nei suoi confronti, avendo l'imputato inteso colpire direttamente la parte civile nei suoi affetti familiari, e costituendo il riferimento alla figlia proprio lo strumento per ledere l'onorabilità» della persona con cui stava litigando. Non ha dunque trovato fondamento la tesi portata avanti dalla difesa dell'uomo condannato, secondo cui il suo «contendente» non aveva alcun diritto per considerarsi parte lesa, giacché, al limite, soltanto alla figlia sarebbe spettata la scelta di chiamarlo in causa. Sebbene, inoltre, il vocabolo «cornuto» fosse stato pronunciato «al condizionale» l'espressione non può definirsi, come sostenuto dall'imputato, «blandamente ingiuriosa» bensì, scrivono gli ermellini, «è del tutto inconsistente la tesi secondo cui un epiteto formulato al condizionale perderebbe valenza offensiva». La sentenza della Cassazione convalida, pertanto, il verdetto di colpevolezza per il reato di ingiuria che era stato emesso da tribunale di Vallo della Lucania l'11/10/2011, dopo la pronuncia di primo grado del giudice di pace di Agropoli, avvenuta il 10 giugno del 2009. L'entità della pena (il risarcimento) non è riportata nel verdetto.
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