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Scuola-lavoro: distanze da accorciare

del 13/09/2013
di: Renzo La Costa
Scuola-lavoro: distanze da accorciare
Che vi sia stata coralmente una valutazione più che positiva in ordine al decreto legge varato dal consiglio dei ministri sul sistema scolastico, è fuori di dubbio. Non si può non esprimere il plauso per le risorse finanziarie ivi destinate, per il piano non marginale di nuove assunzioni, per l'immissione in ruolo di migliaia di insegnati di sostegno, per l'orientamento dal IV anno della scuola superiore e per la altre notevoli misure previste dal decreto in questione, che interviene dopo anni di tagli a scuole e università. È altresì fuori di dubbio che il miglioramento dell'istruzione e dell'offerta formativa – ampiamente condivisa dalle forze politiche e non da oggi – sia alla base della costruzione dei cittadini di domani. Il tema centrale è proprio questo. Se è nobilmente e condivisibilmente al centro della attenzione il miglioramento del nostro sistema scolastico, è altresì evidente la necessità di intervenire non solo sul fronte dell'insegnamento, ma anche e soprattutto sull'altro pilastro del sistema, rappresentato dai fruitori dell'istruzione, cioè proprio quei cittadini di domani di cui sopra. Già. Perché quei studenti fruitori del sistema, non frequentano la scuola per ingannare il tempo, ma evidentemente (e anche questo è fuori discussione) per prepararsi ad una vita lavorativa, e ancor prima essere in condizioni soggettive di accedere al mercato del lavoro con una adeguata preparazione. Lo snodo cruciale è proprio lì: ad oggi, la scuola vive di luce propria, il lavoro sta da un'altra parte. L'accompagnamento dello studente al prossimo mondo del lavoro appare ancora solo un tema di discussione, senza sviluppi concreti, senza iniziative diffuse e tangibili. Uno studente licenziato positivamente al quinto anno di scuola superiore, è certo (non possibile, ma certo) che non possiede i minimi fondamenti conoscitivi del mercato del lavoro, né dei servizi per l'impiego, né dei rapporti di lavoro previsti dalla nostra legislazione. Chiedere a un neodiplomato proiettato nella ricerca di un lavoro, che cos'è un certificato di disponibilità, o un lavoro subordinato, o una collaborazione a progetto, significherebbe altrettanto certamente esporlo a una pessima figura. E in questo sistema apertamente carente, sembrerebbe quasi una bestemmi inserire almeno negli ultimi due anni delle scuole superiori, la disciplina d'insegnamento della sicurezza sul lavoro, al pari e con pari dignità dell'educazione civica o dell'educazione stradale. Ciò semplicemente perché quei cittadini di domani, non devono essere solo formati al rispetto delle leggi e delle regole, alla conoscenza della Costituzione, della storia del nostro paese e ancora molto timidamente sul sistema europeo dei paesi membri, ma soprattutto devono essere formati a quella cultura del lavoro che impegnerà il resto della loro vita. E scusate se è poco. Tanto è il divario tra scuola e lavoro senza ancora un serio meccanismo di transizione, che – tanto per darne un esempio – nel rapporto di apprendistato (ovvero quel rapporto che è lo strumento primario e privilegiato per l'ingresso al lavoro) si è avvertita la necessità – tra l'altro – della formazione di base del giovane apprendista che è dichiaratamente rivolta al recupero del deficit scolastico. In altre parole, la scuola non ha funzionato a dovere in termini di transizione, e il datore di lavoro se ne deve accollare gli oneri. Sistema questo davvero lontano da ben diverse concezioni adottate in altri Stati europei. Già nella rappresentazione dell' apprendistato, in Francia, ad esempio, tale rapporto viene definito dalla legge n. 572/87 «una forma di istruzione alternata al lavoro», già percorribile al termine della scuola dell'obbligo (16 anni). In Germania, la gran parte dei giovani che non vuole continuare gli studi nel sistema di istruzione dopo il ciclo dell'obbligo, si inserisce in percorsi di formazione professionale in alternanza lavorativa, offerti dal sistema duale ovvero nel sistema di apprendistato Tedesco. Si tratta di percorsi caratterizzati dall'alternanza formativa fra due luoghi: la scuola, e l'azienda. Obiettivo di questa formazione è quello di fornire un'ampia preparazione professionale di base e le conoscenze e le abilità tecniche necessarie per svolgere un'attività professionale qualificata. Nei Paesi Bassi, il sistema di istruzione e formazione è disciplinato dalla Legge sull'educazione e sulla Formazione professionale: in termini generali, il sistema educativo olandese si caratterizza per un obbligo scolastico della durata di 12 anni, assolto a tempo pieno all'interno di una scuola, mediamente dai 5 ai 16 anni e un obbligo formativo fino ai 18 anni di età, che accoglie i giovani che dopo i 16 anni non frequentano nessun altro percorso. Bastano i suddetti esempi, per comprendere quanto i sistemi di istruzione dei coinquilini europei, mirano dritti alla formazione del lavoratore, alla garantire un percorso idoneo e tangibile all'ingresso nel mercato del lavoro. Su questo particolare aspetto, va colta davvero con i migliori auspici la destinazione del predetto decreto legge di circa 6,6 milioni di euro riservati all'orientamento. C'è da augurarsi, per il migliore futuro di quei prossimi cittadini lavoratori, che una reale educazione o cultura del lavoro si possa radicare nel nostro sistema d'istruzione. Sperando che non sia persa un'altra occasione per fare davvero sul serio, in un mercato del lavoro già di per sé difficile, che perlomeno sia reso possibile.

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