Ma, secondo i giudici della Suprema Corte, proprio tale proibizione non può essere allentata, perché riveste «primaria importanza» nella garanzia della libertà di movimento e di relazioni sociali della persona offesa da «possibili intrusioni dell'indagato», azioni che, facendola temere per la propria incolumità, finirebbero per «condizionare e pregiudicare la fruizione di queste libertà».
L'indicazione, dunque, si amplia e diventa perentoria: un'accusa di stalking (reato introdotto nel nostro codice penale dalla legge 38/2009) non solo fa sì che scatti l'obbligo di stare alla larga da tutti i luoghi «canonici» come l'abitazione della vittima e la sua sede lavorativa, ma bisogna cambiare strada qualora ci si imbatta casualmente nella parte lesa, indipendentemente dal fatto che ci si trovi in un'area inclusa nell'elenco allegato alla misura cautelare del divieto di avvicinamento emesso dai magistrati.
Un rafforzamento della prevenzione e del contrasto alla violenza di genere, il cosiddetto «femminicidio», è contenuto nel decreto sicurezza (93/2013) varato il mese scorso dal governo e ora all'esame di Montecitorio: prendono il via oggi, nelle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia, le audizioni sul testo che dovrà essere convertito in legge entro il 16 ottobre.
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