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L'ufficio sbaglia, il condono resta

del 24/08/2013
di: di Valerio Stroppa
L'ufficio sbaglia, il condono resta
Se l'ufficio si accorge di aver applicato una norma sbagliata, ma nel frattempo il contribuente ha già pagato, non può tornare sui suoi passi. Il condono effettuato da una società resta valido anche se la definizione è avvenuta con regole più favorevoli di quelle che sarebbero spettate al debitore. Così ha deciso la Ctr Puglia, sezione staccata di Lecce, con la sentenza n. 147/22/13, depositata l'8 luglio. Il verdetto ha confermato la pronuncia di primo grado (Ctp Lecce n. 760/4/09), respingendo quindi l'appello dell'amministrazione finanziaria.

Il caso vedeva protagonista una srl che aveva aderito al condono disciplinato dalla legge n. 289/2002. Oggetto della definizione: omessi versamenti di Iva, dichiarata ma non versata, per oltre 60 mila euro. La sanatoria era stata effettuata secondo le regole dell'articolo 15 della Finanziaria 2003, ossia riducendo del 50% le maggiori imposte pretese dall'erario. Ma secondo l'ufficio i mancati versamenti non potevano essere sanati con l'articolo 15, bensì con il meccanismo meno favorevole per il contribuente di cui all'articolo 9-bis (disapplicazione delle sanzioni). Da qui l'emissione del provvedimento di diniego, impugnato dal contribuente davanti ai giudici tributari.

Secondo i magistrati d'appello, tuttavia, «si nota che la società ha aderito al condono non semplicemente di propria iniziativa, ma a seguito del verificarsi di alcune situazioni che quasi obbligatoriamente l'hanno portata a tale definizione agevolata». Nello specifico, a seguito dei pvc emessi le Entrate avevano inviato al contribuente una lettera di invito «a definire le pendenze in base all'art. 15 esplicitamente menzionato», spiega la Ctr. Il condono è stato quindi richiesto e formalizzato secondo le istruzioni ricevute: «In quel momento la sanatoria si è perfezionata con accordo di entrambe le parti», si legge nella sentenza, «il condono si è perfezionato con l'approvazione dell'amministrazione». Non rileva, quindi, che successivamente l'ufficio si sia accorto che «probabilmente ha commesso un errore, perché al contribuente andava richiesta l'applicazione dell'articolo 9-bis, con conteggi e riscossione di importi maggiori». Le ulteriori richieste, pertanto, «si ritengono illegittime e tardive». Da qui il rigetto dell'appello e la conferma della sentenza impugnata.

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