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Microimpresa al centro del lavoro

del 26/07/2013
di: di David Trotti
Microimpresa al centro del lavoro
Siamo in procinto di godere delle agognate ferie e una volta terminato di inviare il modello 770 e chiuse le paghe di luglio con l'inserimento dei dati da modello 730 (tanto per parlare dei pochi adempimenti estivi) potremo andare in vacanza. Sempreché non venga pubblicato come avviene da qualche anno qualche documento il 13 agosto (vedi lavoro intermittente lo scorso anno). Le ferie sono un periodo di relax in cui non pressati da impegni potremo riflettere e approfondire mentalmente alcuni aspetti del nostro lavoro non eminentemente operativi.

Uno degli aspetti che sicuramente potremo approfondire è quello del recente decreto legge lavoro (che peraltro vogliono abbondantemente emendare) che riguarda l'attenzione che il legislatore ha avuto, come raramente accade per le microimprese. Dico attenzione senza voler dire altro perché poi essa non è sostenuta da contenuti che aiutino chi come noi consulenti deve aiutare le imprese a crescere, ma in questo periodo avere l'attenzione è già grande cosa. È necessario ricordare a chi ci legge e non è consulente che il consulente del lavoro è per le microimprese «facilitatore e affiancatore» nel campo del lavoro, forse addirittura un cogestore vista la fortissima fiducia che esiste tra esso e il piccolo imprenditore.

Dicevamo di questa attenzione, e per aiutare la riflessione estiva dei colleghi vorremmo provare con questo intervento a proporre la visione del decreto legge dal punto di vista di quelle microimprese che rappresentiamo ai vari tavoli tecnici e come tenutari del libro unico del lavoro.

Pensando a loro penso alla storia di quel re cinese che avuto salva la vita da un contadino per riconoscenza gli disse di chiedere quello che voleva. Il re si aspettava oro, terre e denaro, invece il contadino gli chiese di duplicare 2 chicchi di riso per ogni tessera di una scacchiera in modo che la prima tessera ne avesse due, la seconda 4, la terza 8, il re rimase stupito di quella che considerava una sciocchezza e disse va bene. Si rese poi conto che forse tutto il riso della Cina non sarebbe bastato perché in quel modo il risultato finale sarebbe stato 2 elevato alla sessantaquattresima… provate a fare il calcolo di quanto riso risulta.

Molti diranno ma questo cosa c'entra con il dl 76 e la microimpresa? Immaginate che cosa si otterrebbe se ogni microimpresa assumesse un dipendente (era lo scopo del decreto)? Non risolveremmo il problema della disoccupazione ma quasi. Questo risultato non si ottiene però con i meccanismi farraginosi del dl 76 che sono di difficile applicazione e che richiedono mille adempimenti burocratici. E qui per non essere tacciati di criticismo potremmo ipotizzare una proposta: basterebbe dire che in una sorta di job sharing contributivo ogni nuova assunzione è agganciata a un dipendente a tempo indeterminato e fintanto che rimangono nella stessa azienda entrambi i lavoratori il neo assunto per X anni rimane agevolato; in altre parole per ogni nuova assunzione avremmo che entrambi versano il 50% (o altra percentuale) oppure il nuovo assunto non versa contribuzione. Il risultato per lo stato non cambia e non c'è aggravio di nuove spese. Perché prima dell'assunzione abbiamo il pagamento di contributi per 1.000 euro di imponibile (valore esemplificativo) poi avremo 2 lavoratori che versano lo 0,50% su 1.000 euro ciascuno di imponibile. Lo stato «ci guadagna» perché sui 1.000 del neoassunto che saranno destinati agli acquisti il lavoratore pagherà l'Iva. Si tratta di un esempio provocazione, che delinea le caratteristiche necessarie e auspicate nelle norme: certezza e chiarezza. Serve a far capire al legislatore che il piccolo imprenditore di fronte alla complessità e alla incertezza si arrende. Incertezza che è presente in maniera spaventosa attualmente nella legislazione e che il dl 76 ha amplificato a parere di chi scrive. Per non essere tacciati di qualunquismo facciamo due esempi di incertezza; il primo è il ticket di licenziamento che nella piccola impresa è vissuto in maniera pesante. Pensate al calcolo proposto dall'Inps e, alla norma dove non c'e scritto nulla sui 15 giorni e sulla mensilizzazione del calcolo. Per una piccola azienda 1.000 euro oggi possono essere tantissimi. Un secondo caso è quello segnalatoci da un collega relativamente al bonus di 12.000 euro come Incentivi per il lavoro previsti dalla legge 214/2011. Quando è uscita la norma si pensava che il totale spettasse in maniera integrale anche ai part-time e tutti si erano fatti i conti in questo senso. Poi è arrivata una precisazione Inps che ha previsto il contrario (a oggi senza un apparente riferimento di legge) e quindi il microimprenditore si è visto riproporzionare il contributo (immaginate se avesse pensato ad un investimento).

Ma ritorniamo al dl 76 al punto che tratta del lavoro accessorio. Pensate che il togliere «meramente occasionale» abbia risolto i problemi? Quando poi nella nota del ministero del lavoro e delle politiche sociali del 12 luglio 2013, prot. n. 37/0012695 si afferma: «Al riguardo appare tuttavia necessario operare una “trasformazione” del rapporto in quella che costituisce la “forma comune di rapporto di lavoro”, ossia il rapporto di natura subordinata a tempo indeterminato, con applicazione delle relative sanzioni civili e amministrative, esclusivamente in relazione a quelle prestazioni rese nei confronti di una impresa o di un lavoratore autonomo secondo i canoni della subordinazione».

Pensate che il datore di lavoro sarà maggiormente al sicuro rispetto a una vertenza che come abbiamo già scritto vede il lavoro o autonomo o subordinato quali unici riferimenti nella definizione delle tipologie lavorative?

Secondo voi poi nel lavoro intermittente era necessario inserire un ulteriore limite, quello delle 400 giornate? A cosa serve se non a complicare la vita?

Passiamo alle collaborazioni coordinate e continuative, che in alcune piccole aziende a contenuto altamente tecnologico venivano usate. È possibile oggi proporle? Qual è il tasso di rischio in questo guazzabuglio di norme? La domanda a cui forse non si può rispondere è quali debbono essere le caratteristiche certe in cui si è vittoriosi all'interno di un contenzioso? Oggi il lavoro a progetto è sicuro solo forse nei call center outbound. Non entriamo, poi, nella diatriba se un lavoratore autonomo debba o possa certificare il recesso e quali sono le cause del suo non recedere dal punto di vista della libertà personale, ameno che non si parta dalla prospettiva patologica che ogni contratto a progetto è fatto per «mascherare un finto lavoratore subordinato» ( e allora perché avere questa tipologia?).

Il piccolo imprenditore vede oggi probabilmente il diritto del lavoro con una paura folle e teme il tracollo, perché in una media azienda di 15 persone, una vertenza anche con il pagamento di 24 mensilità ti mette comunque in ginocchio.

Vogliamo parlare del tirocinio? Si è scritto quello che sembra o sembrava una soluzione al problema della frammentazione territoriale (le linee guida) ma si è dovuta rifare una legge per obbligare a rendere effettive la loro applicazione. Oggi andate a un centro per l'impiego e chiedete di fare un tirocinio; sapete qual è il risultato ? Le norme che i centri applicano (a meno di un ricorso amministrativo) sono quelle delle regioni. Il problema è che nel concreto gli operatori fanno riferimento a quelle che per loro sono le indicazioni degli organismi gerarchicamente superiori e pertanto alla fine: regione che vai tirocinio che trovi, indipendentemente dalle linee guida.

Sull'apprendistato bisogna solo che fare silenzio, la norma del dl 76 cambia per non cambiare come il confronto tra questi due passi di norme rende evidenti:

4. Le competenze acquisite dall'apprendista potranno essere certificate secondo le modalità definite dalle Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano sulla base del repertorio delle professioni di cui al comma 3 e registrate sul libretto formativo del cittadino sulla base del repertorio delle professioni di cui al comma 3 e nel rispetto delle intese raggiunte tra governo, regioni e parti sociali nell'accordo del 17 febbraio 2010 (art. 6, dlgs 167/2011);

b) la registrazione della formazione e della qualifica professionale a fini contrattuali eventualmente acquisita è effettuata in un documento avente i contenuti minimi del modello di libretto formativo del cittadino di cui al decreto del ministro del lavoro e delle politiche sociali del 10 ottobre 2005, recante «Approvazione del modello di libretto formativo del cittadino»; (art. 2 comma 2 del dl76/2013)

Che dico al mio imprenditore? Era così essenziale? Questa (e le altre) modificano l'apprendistato e lo rendono più fruibile?

Il problema resta quello di cui abbiamo parlato già in molte occasioni, non è questa modalità di cambiare costantemente le norme che risolve i problemi. Speriamo a settembre che le ferie abbiano aiutato a pensare sui temi che questa riflessione raccoglie. Se si partecipa a convegni e seminari (come quelli che abbiamo fatto con l'Ancl da ottobre 2012 a maggio 2013 in tutta Italia) si sentono tanti operatori e colleghi esprimere un unico desiderio: norme chiare e incisive, scritte per aiutare chi opera e lotta nella vita concreta tutti i giorni. E su questo non posso non richiamare le parole del presidente nazionale Francesco Longobardi: «In conclusione, continuiamo a comprendere solo e sempre la stessa cosa: che chi scrive le leggi, le scrive e basta, senza comprendere come si applicano. Per applicarle ci siamo noi consulenti del lavoro, che quel patrimonio individuale di conoscenze delle dinamiche aziendali ed esigenze delle imprese, lo arricchiamo quotidianamente del rapporto con le imprese stesse. Ma evidentemente, questo è una fatto marginale» .

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